Non ci sono i carri armati parcheggiati sulla Corniche, il lungomare di Beirut. Non ci sono le milizie cristiane falangiste che si coordinano con l’esercito israeliano per dare la caccia ai palestinesi di Yasser Arafat. Non c’è un presidente scelto con il beneplacito di Gerusalemme, Bashir Gemayel, pronto a firmare l’accordo di pace e il riconoscimento dello Stato ebraico. Non c’è stata, soprattutto, l’avanzata lampo delle colonne corazzate, che in una sola giornata erano già sul fiume Litani e lanciavano l’assalto al castello di Beaufort, e in cinque giorni arrivavano alla periferia della capitale libanese. La guerra del 2026 non assomiglia per niente a quella del 1982-83. Piuttosto sembra la ripetizione di quella del 2006, o del 2024.
Benjamin Netanyahu non riesce a ripercorrere le orme, o meglio i solchi dei cingolati, di Menachem Begin e Ariel Sharon. Anche loro, è vero, dovettero alla fine incassare una sconfitta politica dopo il trionfo militare. Mezzo Libano conquistato, sì. Ma con un’opinione pubblica mondiale disgustata dal massacro di civili da parte degli alleati falangisti a Sabra e Shatila. E soprattutto il contingente americano cacciato con un solo, tremendo attacco da parte di un soggetto fino ad allora sconosciuto, che muoveva i primi passi nell’attorcigliato fronte libanese, Hezbollah. Oggi Hezbollah c’è ancora, e attraverso il grande protettore, l’Iran, ha inciso in maniera decisiva.
il colloquio
Il figlio dello Scià Pahlavi pronto a guidare la transizione in Iran: appello ai governi europei
«Il presidente Aoun strappa una tregua di dieci giorni e sfugge alla trappola di Tel Aviv». E’ il titolo dell’Orient-Le Jour, il giornale di riferimento dei cristiani libanesi. Gli stessi cristiani che dovevano allearsi a Israele per cacciare Hezbollah. Amine Gemayel, fratello di Bashir, ucciso dall’asse sciita dopo l’accordo con Begin, uno che certo non ha simpatie per l’Iran, spiega così questo cambiamento: «L’accordo del 1983 era una trappola. Gli israeliani hanno aggiunto all’ultimo minuto una clausola. Si sarebbero ritirati dal Sud solo dopo il ritiro della Siria. Cosa che noi non potevamo ottenere, allora. E lo hanno fatto solo dopo che gli Usa avevano tolto dal tavolo la minaccia di sanzioni e stop alle forniture d’armi. E poi sono rimasti». Beirut non è quelle dell’83. E’ molto più consapevole. Rigetta in ogni modo un’altra guerra civile. E si stringe attorno all’immagine di un soldato che subito issa la bandiera con il cedro sulla fortezza di Beaufort.
economia
Lo shock del Medio Oriente frena il Pil, Bankitalia taglia le stime di crescita per il 2026 (+0,5%)

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it








