Il video di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano, che cammina tra le centinaia di attivisti della Global Sumud Flotilla inginocchiati sul ponte di una nave, mani legate dietro la schiena, volti a terra ha fatto il giro del mondo. Ben-Gvir ha la bandiera israeliana in pugno, si avvicina a uno di loro e dice: «Benvenuti in Israele. Siamo i padroni di casa». Da un altoparlante si diffonde l’inno nazionale. Una donna urla «Free Palestine» e viene buttata a terra da un agente. Lo sdegno è stato immediato e pressoché universale. Canada, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Paesi Bassi hanno convocato gli ambasciatori israeliani. Il presidente Mattarella ha parlato di «trattamento incivile». Tajani di «linea rossa superata». Persino Netanyahu ha preso le distanze, definendo il comportamento del suo ministro contrario ai valori e alle norme di Israele. Ed è esattamente qui, in questo sdegno compatto e soddisfatto, che si annida il problema.
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Le immagini sono insopportabili non perché mostrino qualcosa di sconosciuto, ma perché lo mostrano senza più mediazioni, ed è precisamente qui che comincia l’ipocrisia. Perché Ben-Gvir è un nemico facile. È volgare, esplicito, compiaciuto della propria brutalità. Non chiede neppure lo sforzo dell’interpretazione. È l’estremista che si presenta come estremista, il ministro che fa della crudeltà una scena pubblica, l’uomo che consente alle democrazie occidentali di indignarsi senza interrogarsi troppo. Se il problema è lui, allora basta sanzionare lui. Se il problema è la sua oscenità personale, allora basta espellerla simbolicamente dal perimetro della rispettabilità.
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Ma Ben-Gvir non è il contrario del sistema israeliano. Ne è una forma più esibita, più sfrontata, più impaziente. Non è l’incidente che contraddice la norma. È l’estremo che permette di leggere il centro. Da anni, e con una accelerazione feroce dopo il 7 ottobre, Ben-Gvir ha fatto delle prigioni uno dei luoghi centrali della sua politica. La novità è che questa volta i corpi inginocchiati erano corpi europei, occidentali, riconoscibili all’opinione pubblica che di solito riesce a distogliere lo sguardo quando gli stessi gesti e umiliazioni ben peggiori che vengono inflitte ai palestinesi. È questa la soglia morale che il video rivela: per anni la detenzione palestinese è stata raccontata come un capitolo interno alla sicurezza israeliana, un materiale opaco, periferico, confinato nelle denunce delle organizzazioni per i diritti umani. Quando la stessa grammatica è stata applicata agli attivisti stranieri, è diventata scandalo internazionale. Non perché fosse più grave, ma perché era leggibile come violazione di un corpo che l’Europa riconosceva come simile a sé.
Ma l’errore più grave sarebbe fermarsi al carattere grottesco del ministro. Ben-Gvir non nasce nel vuoto. Non cade dal cielo sulla politica israeliana come una deviazione improvvisa. È il prodotto di una lunga abitudine al doppio regime: democrazia per alcuni, dominio militare per altri; cittadinanza piena da una parte, permessi, check-point, detenzione amministrativa, demolizioni, espropri dall’altra; diritto come garanzia interna e diritto come amministrazione della subordinazione nei territori occupati. Una democrazia può continuare a chiamarsi tale mentre governa per decenni milioni di persone senza concedere loro sovranità, uguaglianza, libertà di movimento, rappresentanza politica? La domanda non nasce con Ben-Gvir. Lui la rende soltanto più difficile da eludere. C’è un modo molto comodo di guardare all’estremo: usarlo per assolvere il centro. Ma le società non precipitano nell’estremo soltanto quando eleggono uomini estremi. Ci arrivano prima, quando si abituano a eccezioni permanenti, quando costruiscono categorie di esseri umani per i quali la dignità diventa condizionata, quando convincono sé stesse che il diritto può valere pienamente dentro i propri confini e sospendersi appena oltre una linea militare.
Lo stesso vale per gli insediamenti. Pensare che l’annessione strisciante della Cisgiordania sia una invenzione esclusiva di Netanyahu o della destra messianica significa cancellare una parte decisiva della storia israeliana. L’impresa degli insediamenti comincia dopo il 1967, attraversa governi diversi, anche laburisti. La destra religiosa e nazionalista l’ha radicalizzata, ha smesso di dissimularne il fine, ha trasformato l’occupazione in annessione dichiarata. Ma non l’ha inventata. Netanyahu l’ha protetta, accelerata, normalizzata dentro alle istituzioni. Smotrich e Ben Gvir l’hanno resa programma ideologico esplicito. Quegli insediamenti non sono cresciuti solo sotto governi di destra. Sono cresciuti sotto Rabin, sotto Barak, sotto Olmert. Successivi governi israeliani hanno sfruttato il complesso schema giurisdizionale degli accordi e le numerose scappatoie per minimizzare il trasferimento di territorio e autorità alle istituzioni palestinesi, usando Oslo come copertura per l’espansione massiccia degli insediamenti.
Ben-Gvir non è il padre di questa storia. Ne è il figlio più rumoroso.
Per questo la sanzione individuale contro Ben-Gvir, da sola, serve a dire: abbiamo identificato il mostro, abbiamo isolato l’eccesso, il resto può continuare. Ma il punto non è punire un ministro per avere umiliato degli attivisti davanti a una telecamera, il punto è riconoscere che quella umiliazione appartiene a una politica di Stato, a una cultura dell’impunità che nessun governo europeo può più fingere di non vedere. L’Europa non manca di strumenti. Può sospendere accordi, interrompere privilegi commerciali, bloccare cooperazioni, applicare misure contro lo Stato e contro le istituzioni che rendono possibile la violazione sistematica del diritto internazionale. Quello che manca non è l’architettura giuridica. È la volontà politica. Guardare Ben-Gvir, allora, serve se capiamo che l’estremo è un rivelatore, mostra ciò che il linguaggio istituzionale aveva reso più accettabile, ciò che i governi precedenti avevano amministrato con toni più sobri, ciò che l’alleanza occidentale ha tollerato perché veniva ancora pronunciato nel vocabolario della sicurezza.
La domanda, dunque, non è se Ben-Gvir meriti sanzioni. La risposta è ovvia. La domanda è perché si continui a pensare che sanzionare Ben-Gvir basti. Perché un ministro può essere rimosso, isolato, interdetto, e tuttavia il sistema che lo ha reso possibile può restare in piedi, continuare a espandere insediamenti, a incarcerare senza processo, a restringere il cibo dei detenuti, a governare vite palestinesi come materiale amministrativo. L’indignazione per Ashdod avrà senso solo se smetterà di funzionare come una parentesi morale. Solo se porterà l’Europa a dire che il problema non è l’imbarazzo prodotto da un video, ma la lunga normalizzazione politica di ciò che quel video ha mostrato. Ben-Gvir è la faccia più facile da guardare. Proprio per questo è anche la più pericolosa: perché permette di non guardare tutto il resto
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