Beppe Carletti: “Non ci sarà un altro come lui. Neanche Battisti ci divise”

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«Quando se ne vanno gli amici se ne va anche una parte di te stesso, ti piange il cuore». Beppe Carletti racconta il suo Francesco Guccini mentre sta per salire sul palco per l’ennesima tappa del tour infinito dei Nomadi, stavolta in un paesino molisano dell’Appennino, Pietrabbondante. Si conobbero sessant’anni fa in un bar di Modena, quando Guccini gli diede la cassetta con Noi non ci saremo e altri brani memorabili, e da allora il loro rapporto di grandi provinciali della musica italiana non si è mai interrotto. Fino a ieri mattina, quando la notizia della morte del cantautore lo ha raggiunto mentre stava partendo con gli altri musicisti del gruppo.

Addio a Francesco Guccini, con la sua musica dava parole a una parte di noi

Quando vi siete visti l’ultima volta?
«Un anno fa ero andato a trovarlo a Pavana, come sempre gli ho portato una bottiglia di Lambrusco reggiano di quello che fanno nel mio paese, Novellara, e come tutte le altre volte abbiamo bevuto insieme un bicchierino. Già allora non stava tanto bene, era molto stanco, ma insieme abbiamo ricordato qualche aneddoto: mi diceva sempre “a te manca solo l’università per essere come me” e io rispondevo “anche la scuola prima dell’università”. C’era un rapporto vivissimo e disinteressato, di stima, e io andavo a casa sua come Beppe Carletti, non come Nomade».

Come vi siete conosciuti?
«Al bar Grande Italia di Modena, che era il punto di ritrovo della scena beat delle nostre zone: ci ha fatti incontrare quello che sarebbe diventato il nostro produttore, Dodo Veroli, mi ha dato una cassetta di Guccini che ho poi ascoltato a casa con Augusto (Daolio, il cantante dei Nomadi, ndr)».

Che tipo era?
«Un ragazzo tranquillo, naturale, un po’ orso, ma d’altra parte sono orso anch’io, e fra orsi ci si intende… aveva la barba, che allora tenevano in pochi. Nella cassetta c’erano Noi non ci saremo, Dio è morto, Per fare un uomo, abbiamo deciso di fare Noi non ci saremo ma soprattutto abbiamo capito subito che Francesco faceva per noi».

Un’alleanza artistica di ferro che non è stata incrinata neanche dall’incontro con altri due fuoriclasse della musica italiana.
«Eravamo in sala d’incisione a Modena per registrare Dio è morto quando venne Lucio Battisti con Mogol a proporci Non è Francesca. A noi l’idea piacque molto, ma Mogol ci disse che o prendevamo tutte le canzoni di Battisti, lasciando Guccini, o non se ne faceva niente, e noi abbiamo scelto Francesco senza pensarci due volte. È stata una decisione incondizionata: sentivamo nostre le canzoni di Francesco, con lui eravamo più noi stessi. Non hanno pesato altre valutazioni, come la possibilità di avere più successo con l’uno o con l’altro».

Che rapporto c’era fra voi?
«Un bel rapporto, senza secondi fini: lo chiamavo, si diceva incidiamo questo o quello, le idee collimavano e questo era fondamentale, insieme al rispetto reciproco. Non era neanche una questione di gusti musicali comuni, la nostra intesa si basava sulla musica che faceva per noi e le sue canzoni erano le nostre bandiere. Spero che capiti anche a un altro gruppo, anche se è difficile che nasca un altro Guccini. Se oggi qualcuno proponesse Un vecchio e un bambino, magari si metterebbero a ridere: i ragazzi oggi non hanno voglia di ascoltare un testo, le canzoni sono usa e getta, mentre quelle di Francesco non lo sono».

Quando la Rai censurò Dio è morto che reazione avete avuto?
«Ci siamo messi a ridere, anche perché abbiamo chiesto il motivo e non ce l’hanno mai dato. In compenso la trasmetteva la Radio Vaticana e veniva cantata durante le funzioni religiose, erano i tempi delle messe beat».

Il suo disco preferito di Guccini come solista?
«Il suo album che mi è più caro è il primo, Beat n°1, anche perché mi ha dato l’occasione di suonare con lui fuori dai Nomadi. Francesco era unico, il più grande fra gli italiani».

Più di De André?
«È un altro tipo di cantautore, Guccini è più sanguigno».

Un episodio particolare?
«Arrivava in treno a Modena da Bologna, perché non aveva la patente, andavo a prenderlo alla stazione e lo portavo a Novellara dove ascoltava i provini delle sue canzoni e ci dava il suo parere. Vuol dire tanto, mi è rimasto dentro».

Non ci sono mai stati momenti di tensione?
«Mai. Se hai a che fare con persone intelligenti non hai mai problemi, a patto di usare testa e rispetto per gli altri, e questo era reciproco al cento per cento. E la sera, dopo il lavoro, si beveva un bicchiere a tavola, mai quando si lavorava. Anche il pistone di vino sul palco è pura mitologia, un ubriaco non può portare a casa un concerto, dev’essere per forza lucido. Non era un semplice canzonettaro, scriveva anche libri: Francesco era tanta roba».

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