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Caro gasolio, protesta dei tir al Sud: rischio sciopero nazionale dell’autotrasporto. “Bloccheremo il Paese”

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Prima i blocchi spontanei, poi i presidi dei camionisti e le code davanti ai distributori di carburante. Adesso la minaccia di un fermo nazionale dell’autotrasporto, con il rischio di paralizzare la distribuzione delle merci e mettere in difficoltà interi settori dell’economia. La protesta contro il caro gasolio si allarga nel Mezzogiorno e rischia di trasformarsi in una mobilitazione generale. Dalla Sicilia alla Puglia, passando per la Calabria, cresce la tensione tra le imprese di trasporto, alle prese con costi di gestione sempre più difficili da sostenere. Le associazioni di categoria lanciano un ultimatum al governo: servono interventi immediati, altrimenti il Paese rischia di fermarsi.

A lanciare l’allarme è il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, che chiede all’esecutivo una convocazione immediata delle organizzazioni del settore. In assenza di risposte, avverte, sarà inevitabile valutare un fermo nazionale dei servizi, con conseguenze non soltanto per la logistica, ma anche per l’approvvigionamento di supermercati, industrie e attività commerciali.

In Sicilia cinque giorni di sciopero

Intanto in Sicilia gli autotrasportatori hanno annunciato cinque giorni di sciopero, dal 16 al 20 ottobre. “L’annuncio dello sciopero degli autotrasportatori che da domani e per cinque giorni hanno deciso di bloccare i mezzi in Sicilia non può essere ignorato dal governo nazionale. È inaccettabile che il ministro Matteo Salvini abbia negato alle associazioni di categoria un incontro per affrontare un tema di scottante attualità come l’aumento dei carburanti”, dichiara Tommaso Antonino Calderone, responsabile FNV nell’isola. “È lecito attendersi cinque giorni di passione per i siciliani. Il blocco del trasporto delle merci paralizzerà un’intera regione e per questo motivo siamo al fianco di chi protesta per una giusta causa. Purtroppo, a Roma così come a Palermo, il problema viene inspiegabilmente sottovalutato”.

All’origine della protesta c’è soprattutto l’impennata del prezzo del gasolio, aumentato di oltre 50 centesimi al litro dall’inizio della guerra in Iran. La chiusura dello stretto di Hormuz e le tensioni sui mercati energetici hanno fatto lievitare il costo dei carburanti, colpendo in particolare le attività che dipendono quotidianamente dai mezzi di trasporto. Non soltanto gli autotrasportatori, dunque, ma anche agricoltori e pescatori, alle prese con margini di guadagno sempre più ridotti.

A preoccupare le associazioni è soprattutto il carattere spontaneo delle manifestazioni. I blocchi che si stanno moltiplicando nel Sud non sono stati proclamati dalle organizzazioni sindacali o dalle rappresentanze di categoria, ma nascono direttamente dalle imprese e dagli operatori, esasperati da una situazione economica che considerano ormai insostenibile. Una protesta difficile da coordinare e che, proprio per questo, rischia di estendersi rapidamente ad altre regioni.

La protesta in Puglia e le difficoltà nei rifornimenti

Il fronte più caldo è quello pugliese, dove alle manifestazioni dei trasportatori si aggiungono le difficoltà negli approvvigionamenti di carburante. A Taranto, il blocco degli accessi alla raffineria Eni, intrecciato con la mobilitazione dei lavoratori dell’ex Ilva, ha aggravato una situazione già critica. Le ripercussioni si fanno sentire sulla rete dei distributori, sul trasporto pubblico e sul traffico aereo. In diverse aree del Mezzogiorno si registrano code alle pompe di benzina, alimentate dal timore di nuove interruzioni delle forniture.

A rendere più concreto il rischio di una mobilitazione nazionale è la presa di posizione di Unatras, il coordinamento delle principali associazioni dell’autotrasporto merci, che denuncia il peggioramento delle condizioni economiche delle imprese e il mancato confronto con il governo. Secondo l’organizzazione, il settore è arrivato a un punto di rottura: senza un intervento immediato, il rischio è quello di una paralisi della logistica, con conseguenze sull’intero sistema produttivo.

Unatras ha quindi annunciato la convocazione dei propri organismi dirigenti per valutare le prossime iniziative, compresa la proclamazione di un fermo nazionale. Una decisione che potrebbe trasformare le proteste locali in una vertenza destinata a coinvolgere tutto il territorio italiano.

Le richieste al governo

Sul tavolo ci sono anche gli impegni economici già assunti dal governo. Conftrasporto chiede che vengano sbloccate le risorse previste dall’accordo raggiunto lo scorso maggio per fronteggiare il caro carburante, fondi che, secondo l’associazione, non sarebbero ancora arrivati alle imprese. Alla luce dei nuovi rincari, i rappresentanti del settore sollecitano inoltre ulteriori stanziamenti per compensare almeno in parte l’aumento dei costi.

Il problema va ben oltre il prezzo pagato dai camionisti alla pompa. In un Paese nel quale una quota rilevante delle merci viaggia su strada, un fermo prolungato dell’autotrasporto avrebbe ripercussioni sull’intera filiera distributiva. Dalle consegne ai supermercati ai rifornimenti delle fabbriche, fino alla movimentazione dei prodotti agricoli e alimentari, il rischio è quello di un effetto domino capace di trasferire la crisi dei carburanti sull’economia reale.

La partita, adesso, è nelle mani del governo. Le associazioni chiedono un confronto urgente e misure economiche concrete. Ma mentre si attende una risposta da Roma, nel Mezzogiorno i camion continuano a fermarsi. E quella che è cominciata come una serie di proteste spontanee potrebbe trasformarsi, nei prossimi giorni, in un blocco nazionale del trasporto merci.

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