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Caso Almasri, la Consulta dà in parte ragione alla Camera: cosa cambia per Bartolozzi

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La Corte costituzionale ha accolto parzialmente il conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera dei deputati sul caso di Giusi Bartolozzi, l’ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, indagata per false informazioni ai pubblici ministeri nell’ambito dell’inchiesta sul generale libico Almasri. Con la sentenza numero 190, depositata oggi, i giudici hanno stabilito che il Tribunale dei Ministri avrebbe dovuto spiegare perché non ha ritenuto di contestare a Bartolozzi il concorso nei reati attribuiti a Nordio. Nessuna violazione delle prerogative parlamentari, invece, per la mancata richiesta di autorizzazione a procedere sul reato di false dichiarazioni.

La vicenda risale al gennaio 2025, quando Almasri venne arrestato a Torino e successivamente liberato e riportato a Tripoli con un volo dei servizi segreti italiani. Secondo la Camera, Bartolozzi avrebbe avuto un ruolo diretto nelle decisioni assunte dal ministero e i magistrati avrebbero dovuto valutare la sua posizione anche in relazione ai reati contestati al ministro.

La Consulta ha riconosciuto che il Tribunale dei Ministri avrebbe dovuto motivare la scelta di non ipotizzare un concorso dell’ex capo di gabinetto nei reati ministeriali. Una valutazione sollecitata dalla stessa Procura di Roma, che aveva chiesto di esaminare la condotta di Bartolozzi sotto questo profilo oppure di contestarle il reato di false dichiarazioni. In base al principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato, il Tribunale avrebbe dovuto chiarire le ragioni della propria decisione e la Procura comunicarle alla Camera.

Diversa la conclusione sul reato di false dichiarazioni, riferito all’audizione di Bartolozzi del 31 marzo 2025. Per la Corte non era necessaria alcuna autorizzazione parlamentare, perché le garanzie previste dall’articolo 96 della Costituzione riguardano i reati ministeriali e non possono essere estese automaticamente a quelli commessi da terzi, anche quando collegati alla condotta di un ministro.

La Consulta ha quindi accolto solo una parte delle contestazioni della Camera, respingendo la tesi secondo cui ogni reato connesso a una vicenda ministeriale debba essere sottoposto al vaglio del Parlamento. Eventuali esigenze di riservatezza istituzionale, hanno precisato i giudici, possono essere tutelate attraverso il segreto di Stato, quando ne ricorrano le condizioni previste dalla legge.

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