Caso Wendy Duffy: la clinica Pegasos, i 300 suicidi all’anno e le accuse dei parenti

0
1

Per capire bene che succede alla Pegasos Swiss Association, la clinica svizzera dove Wendy Duffy, madre inglese di 56 anni, ha scelto di morire dopo aver perso il suo unico figlio, basta leggere le poche e chiare righe di presentazione. «Pegasos, un’organizzazione senza scopo di lucro con sede a Basilea, in Svizzera – si legge nel sito, tradotto in più lingue – ritiene che sia un diritto umano di ogni adulto razionale e sano di mente, indipendentemente dal proprio stato di salute, scegliere le modalità e i tempi della propria morte». Se vuoi morire, ti aiutiamo noi.

Fondata nel 2019, Pegasos si rivolge soprattutto a persone straniere e le condizioni d’ingaggio sono semplici: bisogna avere più di 18 anni, essere giudicati «mentalmente lucidi» e pagare. A differenza di altre associazioni svizzere, non si parla di malattie incurabili. La sede di Pegasos è a Roderis e gli abitanti del borgo hanno depositato una petizione con centinaia di firme per chiederne il trasferimento. I numeri dei casi di suicidio, riportati in un’inchiesta della Radiotelevisione svizzera, sono notevoli: tra 200 e 300 persone scelgono ogni anno di morire in Svizzera con il loro aiuto.

Negli ultimi mesi la stampa britannica ha raccolto e pubblicato le storie dei familiari di chi ha scelto il suicidio assistito, a volte a loro insaputa. Judith Hamilton è la madre di Alastair, 47 anni. Le aveva detto che sarebbe partito per Parigi, ma pochi giorni dopo la polizia ha scoperto che era volato in Svizzera per morire con l’aiuto di Pegasos. Alastair soffriva di dolori addominali inspiegabili, ma non era in fin di vita. «La sua vita non era perfetta, ma era una vita che molte persone avrebbero desiderato – ha raccontato la donna a Rts -. Dai movimenti bancari abbiamo scoperto un pagamento di 12mila franchi svizzeri. È come un’azienda: se hai abbastanza soldi, ti offrono un servizio». David Canning ha raccontato ai media la morte della sorella Anne, lo scorso gennaio. «Pensavo ci fosse una valutazione psichiatrica, un colloquio, che servissero giorni – la sua testimonianza -. Invece è successo tutto in una mattinata». L’accusa è sempre la stessa: non c’è nessuna valutazione, nessuna volontà di aiutare a comprendere. «Solo di fare soldi» dice uno dei familiari intervistati da Rts.

La zona grigia della legge svizzera per l’assistenza al suicidio

L’articolo 115 del Codice penale svizzero autorizza l’assistenza al suicidio, ma solo «se non motivata da interessi egoistici». L’equivoco però si gioca sul calcolo delle spese, che molto può variare. «Sono casi che noi non accetteremmo mai – ha detto a Rts Jean-Jacques Bise, presidente di Exit Svizzera romanda, una delle più grandi organizzazioni di aiuto al suicidio -. Da noi, la richiesta deve essere motivata, ripetuta e validata da un medico». Exit chiede 100 franchi per l’assistenza, le cifre richieste da Pegasos si aggirano sui 10mila.

Anche se la clinica Pegasos non ha mai risposto alle domande di Rts, l’anno scorso le procedure sono cambiate e sono diventate «più rigide», prevedendo che per gli aspiranti suicidi sia obbligatorio avvisare la propria famiglia dell’irrevocabile decisione. Ma Megan Royal, la figlia di una donna suicidatasi la scorsa estate nella clinica, ha raccontato alla stampa britannica di essere stata avvisata della morte della madre con un messaggio su WhatsApp. Pegasos aveva deciso di consultare i familiari per iscritto, ma la madre si sarebbe finta la figlia via email. Dopo l’accaduto, Pegasos avrebbe garantito per il futuro di verificare l’identità dei familiari. Con una videochiamata.

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it