«Sono un liberale, ma anche un cristiano. Per molto tempo ho vissuto questo conflitto interiore, poi ho incontrato un uomo che da 15 anni vede solo il lampadario della sua camera. Ho capito che il mio dovere è aiutare chi soffre». Il governatore del Piemonte Alberto Cirio racconta così la sua posizione sul fine vita: favorevole al suicidio medicalmente assistito per chi ha i requisiti stabiliti dalla Consulta e, contrario a una norma regionale, invoca un intervento del Parlamento. Lo fa dopo un faccia a faccia nel suo ufficio con Davide Di Mauro, coordinatore torinese dell’associazione Luca Coscioni, che ha appena depositato una proposta di legge di iniziativa popolare firmata da 16 mila piemontesi.
Com’è stato l’incontro?
«Ho apprezzato il dialogo: credo che su questi temi le tifoserie, e le certezze che le alimentano, non siano utili a nessuno. Preferisco un approccio moderato e dubitativo».
Non penso che la Coscioni sia dubitativa.
«No, quello sono io. E parlo innanzitutto a titolo personale: il presidente Berlusconi mi ha insegnato che esiste una sfera di temi dove non vale il partito, ma la propria coscienza».
Partiamo dalla posizione personale, allora.
«Da una parte sono un liberale, e credo quindi che la libertà te la dia la nascita e non lo Stato, è tua da quando nasci a quando muori. Dall’altra sono cristiano, credo nella vita e penso di avere il dovere di difenderla. E allora ho affrontato questo conflitto interiore per tanto tempo prima di maturare una posizione, ho iniziato ad approfondire, anche a studiare, a confrontarmi ma soprattutto sono andato a trovare un malato».
Una persona con una malattia degenerativa?
«Sì, ma di quelle cattive, quelle che non ti fanno morire. Da 15 anni si trova in un letto e comunica solo muovendo il dito su uno schermo. È lucido, la lucidità del dolore. Prima ha sofferto anche fisicamente, ma i palliativi lo aiutavano; ora il problema è psicologico. È solo, non ha figli. Gli ho raccontato i dubbi sul tema, la crisi personale».
E lui?
«Mi ha scritto “sieda qui”, accanto a lui, nella sua camera da letto. E poi mi ha scritto “presidente, guardi il lampadario”. E così ho fatto, fino a quando non mi ha comunicato che erano passati 5 minuti. Poi, “ora guardi di nuovo il lampadario, per 15 minuti”».
Ha resistito?
«No, ho interrotto io il tempo prima, sono stati minuti interminabili. Lì, lui mi ha solo detto: “Io sono 15 anni che vedo solo quel lampadario”. Ho capito ancora una volta che temi così, più ne stai lontano, meno ti toccano. Se chiudi gli occhi, rischi di averne una visione superficiale. Poi, la Corte costituzionale mi ha illuminato».
Epifania joyciana?
«Sì, io sono innamorato della nostra Carta. In questo caso basta leggere la sentenza, la prima, quella con i quattro parametri per accedere al suicidio medicalmente assistito. Li ho imparati a memoria. E allora ho pensato: se la Corte ha stabilito requisiti che permettono di trovare il giusto punto di equilibrio tra la libertà individuale del porre fine alla sofferenza e allo stesso tempo il rispetto della vita, io dovevo impegnarmi. Perché il mio dovere di cristiano è quello di aiutare chi soffre».
Quindi è diventato favorevole al fine vita…
«Sì sono favorevole e sono arrivato a questa posizione dopo molti dubbi, ma dico no alla morte programmata, perché un conto è porre fine alle sofferenze, un altro volere una legge per decidere il giorno e l’ora nei quali morire. L’aggancio che tiene in equilibrio la mia coscienza liberale con quella cristiana? Riconoscere a chi a soffre la libertà di poter decidere di porre fine al suo dolore, ma al contempo fare di tutto perché una persona non si veda costretta dalla sofferenza ad invocare il suicidio medicalmente assistito».
Come?
«Aumentando gli hospice e i compensi di chi ci lavora».
La Fondazione Faro, però, chiede più risorse da anni.
«Sì, non ha l’adeguamento delle tariffe da 13 anni: ora riceveranno un milione in più. Per i posti siamo sopra la media nazionale, ma per la solitudine vale anche la qualità del luogo: un animale di affezione da poter tenere lì, uno spazio adeguato per vedere i familiari. Se poi, un piemontese mi chiede di accedere al fine vita e ha quei 4 parametri, io da presidente della Regione devo darglielo».
Quindi, farà la legge?
«No».
Ma la Corte ha detto che le Regioni possono legiferare.
«Vero, ma ci sono i ricorsi del governo. Non ci serve la norma: abbiamo una circolare ufficiale che si è dimostrata efficace».
La legge serve anche per proteggere il personale sanitario, che si sottrae per paura.
«Se uno se la sente, lo fa. Se no, non sarà obbligato Da quando è stata emanata la circolare, sono passati 9 giorni e Alan (il primo caso in Piemonte, ndr) ha potuto accedere a quanto richiesto. Quindi la circolare è sufficiente. E il contenuto è quasi identico a quello della proposta di legge Coscioni».
Ma loro vogliono la norma.
«Sì, ma io sono aperto a migliorare se serve la circolare».
Che può essere cancellata da chi vuole, quando vuole.
«Vero, ma rimane la sentenza della Corte. E non faccio la legge regionale perché sono d’accordo con la Cei: serve una norma nazionale, non si può immaginare che si possa morire in un modo ad Alessandria ed in uno diverso a Pavia».
Che continua a non essere approvata. Fare norme regionali è anche una spinta politica.
«Quel messaggio io lo mando in modi diversi. Il partito di cui sono vicesegretario ha depositato una proposta di legge».
Marina Berlusconi non ha chiesto coraggio sui diritti?
«Si ed ha ragione. Infatti senza indugi Forza Italia, con il nostro segretario Tajani e la presidente Craxi sta lavorando per far calendarizzare al senato quanto prima la nostra proposta di legge zanettin. Scriverò a Fedriga perché la Conferenza delle Regioni affianchi il Parlamento nella redazione del testo migliore. Detto questo, il Consiglio regionale è sovrano; se la legge andrà al voto, io porterò la posizione del mio partito: l’ennesima norma regionale rischia solo di essere un danno».
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