Serio, ma non troppo. Deluso ma non abbattuto, anzi orgoglioso, come è giusto che sia un ragazzo di 24 anni che alla prima finale Slam riesce a portare un campione come Sascha Zverev al quinto set. «Come ho detto in campo, voglio che ci siano solo sorrisi. A Sascha dico bravo, perché ha meritato questo titolo, alla fine ne aveva più di me, sicuramente l’esperienza gli è servita a gestire i momenti chiave. Ma io sono molto orgoglioso di me stesso, quindi bravo anche a me, mai avrei pensato di trovarmi qui oggi… e forse neppure voi».
La battuta è quella di sempre, i ricordi del match si mescolano ai momenti passati in questi quindi giorni: «Le tre cose che non dimenticherò sono il trofeo, il momento in cui Matteo (Arnaldi, ndr) mi ha detto che non avrebbe giocato, perché mi ha scioccato. E poi la vittoria su Auger-Aliassime, che mi ha fatto capire che stavo facendo qualcosa di grande». Adesso cosa cambia?
«Non cambia la mia vita né la programmazione, è da inizio stagione che ho un obiettivo, che non vi dico… anzi, sì: Torino. Voglio qualificarmi per le Atp Finals. E’ difficilissimo, sono solo in otto, ma se continuo a lavorare duro con il mio team, sono certo che ce la farò».
I rimpianti per il match si concentrano in quel finale di terzo set, «in quel servizio ceduto da 30 a 0, che avrebbe potuto cambiare la partita. Poi nel tie-break mi sono sentito più libero e sono riuscito a vincerlo contro Sascha che nei tie-break ha un record pazzesco».
Era il momento di stringere, ma la fatica, lì, si è fatta sentire. «Lo ripeto, lui ha giocato tanti Slam più di me e sa gestire meglio certe sensazioni. Io nel primo game ho sentito un crampo al polpaccio, poi al gluteo, poi… il corpo mi ha abbandonato. Sotto sotto ci ho provato fino alla fine, e sono anche sfortunato, se fossi riuscito a fargli break, magari…».
La vigilia era stata tormentata: «Ho dormito, che per me è strano, ma mi sono svegliato che avevo un buco allo stomaco, che invece non ho mia. Ho sentito più la tensione di Sascha, ma è comprensibile, e la sentivano anche tutti nel team. Abbiamo provato a cambiare qualcosa, ma alla fine io gioco d’istinto, che è la cosa che mi riesce meglio. C’era la mia ragazza, che non riusciva a spiccicare parola e quindi ad un certo punto ho preferito isolarmi. Poi è arrivato Fabio Fognini, non era scontato anche se lui fa parte integrante del team, è stato un onore averlo qui. Ho visto che c’era il Presidente, che anche lui aggiunge un po’ di tensione – scherza Fabio – e anche giocare davanti ad Adriano Panatta è una cosa che fa impressione. Mia madre in compenso è ancora viva, ed è già tanto…».
Ecco, mamma Francesca. Sui parla sempre di papà Stefano, che fa anche il coach. «Ma è lei che mi ha cresciuto, scarrozzandomi dal tennis dove mi allenavo con Vittorio Magnelli al Parioli a Trigoria per il calcio. Mio padre fino ai 16, 17 anni lo vedevo giusto a cena, poi quando ha preso ad allenarmi le cose sono cambiate. Ma mia mamma è stata importantissima per me, sono contento che sia venuta oggi, se lo merita anche se preferisce venire poco, perché si emoziona, viene solo quando deve trasmettermi vibrazioni positive. Ora ha trovato un equilibrio, spero, e del resto noi in famiglia siamo così: ci vogliamo molto bene anche se non ne parliamo troppo».
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