Carlo Pedersoli, in arte, Bud Spencer. Per molti questo non è stato un semplice nome, ma una bandiera che ha sventolato sopra la propria infanzia e adolescenza. Se poi lo si mette accanto a quello di Terence Hill, si entra nel campo dell’epica. I loro film, con le ineguagliate scazzottate, hanno accompagnato la crescita di almeno tre generazioni di ragazzi e ragazze, facendoli ridere e sognare, generando un mondo quasi fiabesco, dove alla fine i buoni vincevano sempre sui cattivi. Ma chi era davvero Bud Spencer? A raccontarlo, a dieci anni dalla sua morte, la figlia Cristiana Pedersoli, autrice della biografia Bud. Un gigante per papà (Giunti).
Chi era Carlo Pedersoli?
«Un uomo gioioso, con grandissime doti. Un talento naturale, nato sotto una buona stella, come immerso nella pozione di Obelix. Era curioso e magnetico. Era un padre affettuoso e molto tenero».
Qual è il suo primo ricordo di lui?
«Forse il primo ricordo che ho è quando mi veniva a prendere nel lettino con quella sua voce calda, quelle braccia e quelle mani enormi. Mi stringeva. Una cosa che faceva era di accarezzare sempre la testa di tutti noi figli. Quando ero un po’agitata o nervosa, andavo da lui e gli dicevo: “Papà, mi tieni la mano e mi mandi un po’ delle tue energie?”. E poi il profumo della sua barba».
Ci racconta qualche aneddoto?
«Uno divertente avvenne a Torino, fuori dall’aeroporto. Andavamo di fretta perché papà aveva un appuntamento. Gli avevano detto che lo avrebbe aspettato una macchina blu. Lui vide un uomo accanto a un’auto. Aprì la portiera. Ci fece entrare. Il signore salì al posto di guida. Papà diede l’indirizzo e chiese di fare in fretta. L’uomo partì senza dire nulla. Conversarono tutto il tempo. Una volta arrivati gli chiese se doveva pagarlo e questo gli disse che non era un autista, ma un avvocato che aveva accompagnato la famiglia in aeroporto. Avendolo riconosciuto non aveva avuto il coraggio di contraddirlo. Ci mettemmo a ridere. Mio padre lo ringraziò e gli fece avere una foto autografata».
Ma è vero che una volta un motociclista ha rischiato di fare a cazzotti con Bud Spencer?
«Sì, sotto casa. Inveiva contro l’autista di mio padre. Scese dalla moto. Poi si accorse che era lui e se ne andò. Un’altra volta uno scese da una macchina e gli andò sotto urlando con il cric in mano. Mio padre lo guardò e gli disse: “Vedi di prendermi bene, perché sennò vai all’ospedale”. A quel punto lasciò perdere».
Lui voleva fare l’attore?
«Non ci pensava minimamente. Aveva solo fatto delle comparse, come si faceva all’epoca, nei colossal. Aveva delle cambiali da pagare e quando arrivò la telefonata del regista Giuseppe Colizzi approfittò per vedere se riusciva a guadagnare i soldi per pagare le sue cambiali. Invece da quel primo film del ’67, Dio perdona…io no!, non si è più fermato.
È il film che fa incontrare suo padre con Terence Hill.
«Appena si sono incontrati si è creata una magia inspiegabile anche per loro. Nei loro film c’era sempre la difesa dei più deboli. Una favola di quelle che si raccontano per riuscire poi a fare dei bei sogni. È stato un incontro speciale, anche perché poi avevano caratteri diversi. Uno amava il mare, l’altro la montagna, uno le moto, l’altro gli aerei, uno la carne, l’altro era vegetariano».

Hanno portato al cinema una violenza clownesca. Era un modo per esorcizzare la violenza vera?
«Assolutamente sì, anche perché papà non era proprio violento per niente. Era una persona gentile, educata, un galantuomo napoletano. Quella violenza che si sono inventati così goliardica era un po’ come un cartone animato, dove nessuno si fa male, dove il buono vince sul cattivo».
Da bambina è stata anche su vari set tra cui quello di Altrimenti ci arrabbiamo. Cosa ricorda?
«Su quel set io e mio fratello abbiamo vissuto per quasi due mesi in questo Luna Park, dove ci divertivamo a fare tutti i giochi possibili. E poi ricordo il salto dalla balaustra del locale del boss che abbiamo fatto sui palloncini insieme a papà».


E invece il leggendario coro dei pompieri?
«Lui si inventò sul momento la cosa buffa del borbottio con la mano. Quello che faceva impazzire Terence è che mentre lui era meticoloso e studiava tutto il giorno il copione, papà leggeva e poi dopo improvvisava».
C’erano film a cui suo padre era più legato?
«Sicuramente i Trinità, poi Altrimenti ci arrabbiamo e Più forte ragazzi, perché lì è iniziato il suo amore per il volo.
Altro aspetto della sua vita era la cucina. Qual era il suo piatto preferito?
«Gli spaghetti al pomodoro di mia madre: pomodorini, aglio, olio e peperoncino. Anche se eravamo in pochi, lui diceva: “Buttate la pasta, anche se avanza. Non mi fate le porzioni risicate”».
I fagioli alla Bud Spencer come sono nati?
«Sono nati sul set di Trinità. C’erano delle scene dove loro dovevano mangiare. C’era questa signora Ida che li preparava sempre, ma all’inizio erano schifosissimi, quindi papà cercò di perfezionare la ricetta per far sì che quello che mangiavano fosse di loro gradimento».

Qual è l’ultimo ricordo?
«Quando è andato via. Eravamo tutti lì attorno a lui. Secondo me si è lasciato andare. Lui decideva tutto della sua vita, e ha deciso che era il momento di andare, forse perché c’eravamo tutti. Io gli ho fatto il massaggio cardiaco, mia sorella gli ha fatto la respirazione bocca a bocca. Non volevamo lasciarlo andare».
È vero quello che ha raccontato Terence Hill che quando ha avuto la notizia della morte di suo papà era nello stesso luogo del loro primo incontro?
«Sì, è pazzesco. Quel giorno mio fratello chiamò Terence che si trovava a Almeria, nel posto esatto dove avevano girato il film nel ’67».
Suo padre non ha eredi artistici, potrebbe mai averne?
«Credo di no. Hanno tentato in tutti i modi di rappresentarlo facendo delle copie ma non è possibile. Sono delle facce, delle gestualità, delle fisicità talmente particolari. No, si può fare altro».
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it








