Crosetto presenta il conto all’Ue: più navi per la missione Aspides o i Ventisette paghino le spese

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Almeno sei navi per sorvegliare Bab el-Mandeb, contro le tre – di cui una a mezzo servizio – che oggi mette in campo l’Europa. È il conto che Guido Crosetto presenta a Bruxelles dopo le ultime 72 ore di tensione su Eunavfor Aspides. Nella lettera inviata ieri a Kaja Kallas, il ministro della Difesa chiede infatti all’Ue di convincere gli Stati membri a rinfoltire immediatamente la prima linea della missione che si occupa di scortare le navi mercantili attraverso lo stretto messo nel mirino dai ribelli yemeniti Houthi. In questo momento, secondo Roma, le tre fregate schierate – l’italiana Bergamini, la greca Hydra risalente ai primi anni Novanta e la francese Provence, momentaneamente in sosta – non riuscirebbero a far fronte a tutte le richieste di accompagnamento. Dopo aver ipotizzato giovedì di distaccare la Bergamini da Aspides per proteggere le sole navi italiane, Crosetto ora mette formalmente l’Ue davanti al problema: Roma è pronta a continuare a fare la propria parte, ma non può essere quasi soltanto la Marina italiana a garantire la sicurezza di una rotta che la stessa Europa considera «vitale». Il ministro della Difesa, quindi, chiede maggiore compartecipazione. In alternativa, si dice disponibile ad aumentare la presenza navale nell’area ma invoca delle compensazioni economiche per far fronte ai costi sostenuti.

Per l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri Kallas, che ieri mattina ha riunito d’urgenza il proprio gabinetto e che dovrebbe rispondere a stretto giro, la richiesta è quindi di un intervento «deciso e urgentissimo». Un primo segnale è arrivato già ieri mattina – appena dopo le sollecitazioni quando la Bergamini è stata autorizzata a scortare il Jolly Oro, mercantile italiano della compagnia Messina, il cui numero due Stefano presiede Assarmatori, l’associazione di categoria che giovedì aveva ospitato Crosetto a La Spezia. Ma l’area da coprire è troppo ampia: dal Mar Rosso meridionale al Golfo di Aden occidentale servirebbero, secondo la Difesa, complessivamente almeno altre quattro o cinque navi della classe Fremm (Fregate europee multi-missione).

Non per riportare il traffico ai livelli di un tempo, ma almeno per rendere il passaggio meno rischioso e mitigare l’aumento dei premi assicurativi sui cargo, destinati a riflettersi sull’intera filiera logistica. Nel 2023 Bab el-Mandeb valeva il 12% del commercio mondiale, secondo Lloyd’s List Intelligence; ad agosto di quest’anno la sua rilevanza risulta dimezzata. E per l’Italia la deviazione delle rotte pesa ancora di più: più giorni di navigazione, più carburante e più costi, senza avere sbocchi alternativi a quelli mediterranei. Per questo la partita non è soltanto militare. È anche economica e, soprattutto, politica. Se Bab el-Mandeb, e quindi Suez, restano bloccati e i mercantili sono costretti a circumnavigare l’Africa, i porti italiani perdono parte della propria convenienza. Passando per l’Atlantico, anche le merci provenienti da oriente trovano più naturale approdo a Rotterdam o Le Havre. Difendere quella rotta mediorientale, dunque, secondo il governo non significa soltanto proteggere una nave da un attacco Houthi: significa anche difendere la posizione italiana nella catena logistica europea.

Ed è qui che Roma prova a trasformare la propria disponibilità in una leva politica. Nella lettera Crosetto avverte che, senza la «risposta attesa e dovuta» degli altri Stati, l’Italia è pronta «a farsi carico di un ulteriore sforzo», inviando nuovi assetti nell’area. Ma se la rotta è «vitale per tutta l’Europa», è il ragionamento del ministro, non può essere l’Italia a sostenerne quasi da sola il peso. «L’Italia ha dato disponibilità» gli ha fatto eco Antonio Tajani, «ma certamente dovrà essere l’Unione Europea a fare di più, anche a farsi carico dei costi per quanto riguarda la scorta di navi non italiane».

La richiesta è chiara. Il tentativo, allora, è allargare la partita. Contatti sono in corso con Grecia, Spagna, Slovenia e Croazia, Paesi che hanno interessi simili a quelli italiani. L’obiettivo è costruire una sponda mediterranea dentro l’Ue. Per ora, però, un fronte comune capace di affiancare o sostituire la missione europea non c’è. In altri termini, le mosse di Crosetto sembrano dettate dal tentativo di spingere l’Ue a reagire più che alla rottura. D’altro canto se Roma decidesse davvero di aumentare il proprio dispositivo, non basterebbe un ordine del ministro. Aspides autorizza infatti un massimo di due o tre unità navali, da avvicendare ogni quattro mesi. Per mandarne altre servirebbe una nuova autorizzazione parlamentare. I tecnici della Difesa stanno già studiando le opzioni, mentre Crosetto ha fatto sapere informalmente di essere pronto a presentarsi in Aula per spiegare cosa è accaduto nelle ultime 72 ore. E soprattutto perché, se l’Europa non si darà una mossa, l’Italia potrebbe essere costretta a decidere quanto ancora è disposta a fare da sola.

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