L’idea di chiamarlo Controfestival è intelligente perché, in fondo, il Dopofestival ha sempre dato il meglio di sé quando ha smesso di fare il dopolavoro del Festival e ha iniziato a sabotarlo con affetto. Nella sua storia è stato salotto, tribunale, ring e talvolta persino terapia di gruppo per artisti reduci dalle bastonate della classifica. Con la Gialappa’s Band alla guida, per la prima volta il programma sembra ammettere apertamente la sua vera natura: non il luogo dove si spiegano le canzoni, ma quello dove si ridimensionano.
Detto che i Gialappi Mia dire Sanremo lo facevano già anni e anni fa, fuori dai canali ufficiale, bisogna citare il copyright originale e inimitabile: il primo evento che si chiamò Controfestival (e che con il Sanremone ufficiale non c’entrava nulla, anzi) andava in scena come evento live proprio durante il festival. Eravamo a fine anni ’80-inizio ’90, la controcultura comica e musicale guardava alla Riviera con lo stesso spirito con cui un writer tredicenne guarda a un monumento nazionale: con l’irresistibile tentazione di scarabocchiarci sopra. E fu lì che Elio e le Storie Tese trasformarono Vattene amore, terza a Sanremo 1990, il mitico trottolino amoroso di Minghi e Mietta, in una parodia surreale e di una volgarità impubblicabile (infatti non gliela fecero incidere, ma sarebbe circolato a lungo il bootleg pirata), qualche anno prima di entrare all’Ariston dalla porta principale (1996, La terra dei Cachi, secondo posto). I Gialappi certo ricordano l’evento, quelli erano anche gli anni della loro ascesa, e più o meno l’intento (mutatis mutandis) possiamo immaginare che sarà proprio portare quell’idea nel palinsesto ufficiale della Rai: il controcanto non più fuori dal Festival, ma dentro il Festival stesso.
Del resto, se il Dopofestival tradizionale nasceva come spazio di commento e approfondimento, il Controfestival rivendicava invece la cultura della controcronaca, quella che ha reso celebri i Gialappi: guardare lo stesso evento ma dal punto di vista delle crepe, delle facce sbagliate in regia, delle standing ovation partite in ritardo e delle dichiarazioni rilasciate con l’entusiasmo di chi ha perso il treno.
È una scelta che dialoga con tutta la storia del format. Negli anni Novanta il Dopofestival di Pippo Baudo, Mara Venier o Piero Chiambretti era spesso più imprevedibile della gara stessa: un posto dove le polemiche continuavano dopo la sigla finale e gli artisti finivano sotto interrogatorio. Con Chiambretti, soprattutto, il programma assunse già i tratti di un controcanto irriverente al Festival ufficiale. Vent’anni dopo, Fiorello ne offrì una versione completamente diversa: meno dibattito e più festa, una sorta di prolungamento notturno dello show in cui il commento diventava spettacolo.
Il Controfestival della Gialappa’s potrebbe prendere qualcosa da entrambe le tradizioni: dalla vecchia scuola recuperare il gusto per lo sberleffo e la libertà di dissacrare; dall’era Fiorello ereditare la consapevolezza che il pubblico non cerca necessariamente analisi musicali ma un’altra forma di intrattenimento.
D’altronde i tempi sono questi: i meme corrono più veloci delle classifiche e il commento spesso conta quanto il fatto commentato, a volte di più. E come dimostra l’enorme circolazione social delle scene più esilaranti dei vari Maideregol o Maidiregrandefratello di 20-30 anni fa, una battuta può avere vita molto lunga. Spesso più lunga di una canzone che ha vinto il Festival.
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