E adesso, dopo lo tsunami delle elezioni di midterm, è possibile che l’amministrazione Usa riveda le sue politiche in campo economico? Federvini guarda ai dazi, che tanti problemi hanno creato alle aziende italiane e che, com’era prevedibile, più che servire a difendere le produzioni a stelle e strisce hanno contribuito a far impennare l’inflazione americana. Che a partire da Trump è una delle ragioni della clamorosa sconfitta dei repubblicani.
La Federazione aveva già messo in guardia sulle conseguenze dei dazi, sottolineando come a pagarne il prezzo sarebbero stati non solo gli esportatori europei, ma anche i consumatori americani. Una posizione oggi condivisa anche da Discus l’associazione statunitense degli spiriti, che è tornata a chiedere dazi zero.
A questo punto è possibile immaginare un ripensamento da parte degli Usa? «Al momento notizie ufficiali non ce ne sono – spiega Chiara Soldati, presidente del Comitato sostenibilità di Federvini – e poi bisogna ricordare che se anche il Congresso ora è controllato dai democratici il presidente Trump ha pur sempre il diritto di veto puntando a confermare le sue scelte. Quello che auspichiamo e immaginiamo è che ci possa essere un atteggiamento di distensione nei rapporti bilaterali tra Stati Uniti ed Europa, ed in particolare con l’Italia, e quindi una politica economica più equilibrata».
Chiara Soldati, presidente del Comitato sostenibilità di Federvini
Le promesse dei Democratici
I dazi, aggiunge l’imprenditrice, «non sono solo un problema italiano, europeo e del mondo del vino, è un problema più ampio che ha generato una spinta inflattiva importante sul mercato americano e sono stati uno dei temi principale della campagna elettorale dei Democratici. Il senatore americano John Wyden era stato molto netto nel sostenere l’abolizione dei dazi, ora si tratta di capire se esprimeva una volontà concreta di distensione dei rapporti economici oppure se le sue erano solo frasi da campagna elettorale».
Come è emerso la scorsa settimana a New York nel corso del Vinitaly Usa, dove il nostro «sistema vino» (Ice, Verona fiere, ministero del Turismo, imprese) si è presentato «forte e compatto», nell’ultimo semestre si sono registrati leggeri segnali di crescita per i nostri prodotti, però dall’inizio dell’anno le nostre esportazioni hanno registrato un calo molto forte. «Un dato preoccupante – sottolinea Soldati – per il combinato disposto dei dazi e di un quadro generale dei consumi interni americani che non ha certamente aiutato le vendite dei nostri prodotti».
Otto mesi da dimenticare
Stando ad una ricerca di Nomisma commissionata dal Centro studi di Federvini nei primi 8 mesi di quest’anno sul mercato statunitense si è registrato un forte rallentamento delle vendite di bevande alcoliche, con una contrazione significativa sia per il vino sia per gli spirits. In particolare, per quando riguarda gli alcolici, le importazioni statunitensi sono diminuite del 28% in valore, passando da 6,3 a 4,5 miliardi di dollari. Il calo coinvolge tutti i principali fornitori, con flessioni particolarmente marcate per Canada (-48%) e Paesi Bassi (-67%). Anche l’Italia arretra del 34%, evidenziando le difficoltà del comparto sul mercato americano. Per quando riguarda invece il vino le importazioni Usa sono diminuite del 25,2% in valore e del 16,8% in volume. L’Italia ha mantenuto una posizione centrale, con una quota del 32,6% in valore, ma ha registrato una contrazione del 25%. Gli spumanti mostrano una maggiore tenuta rispetto ai vini fermi, mentre il Prosecco limita le perdite al 7,2% in valore. Anche le vendite nella distribuzione statunitense risultano in diminuzione, soprattutto nelle fasce di prezzo più accessibili.
Pressione sui prezzi medi
«Il dato più significativo – segnala Nomisma- è che la contrazione del valore delle importazioni supera quella dei volumi, segnalando una pressione sui prezzi medi. Non si tratta quindi soltanto di una riduzione delle quantità importate, ma anche di un indebolimento del valore commerciale del mercato. Per i produttori italiani, la sfida sarà difendere il posizionamento e la marginalità in un contesto di domanda più debole e crescente sensibilità al prezzo», aspettando magari buone notizie sul fronte dei dazi.
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