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Dalla Francia agli Usa, Trump cavalca le proteste: immigrazione e islam armi per le Midterm

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Donald Trump entra a gamba tesa nelle proteste di piazza francesi,e in un post su Truth attribuisce i disordini «all’immigrazione di massa fuori controllo» e «all’islam che vuole prendere il controllo di un Paese un tempo grande». Per capire appieno l’esternazione di Trump bisogna andare al 31 luglio. Durante una riunione di Gabinetto, il presidente mise nel mirino la Spagna. Erano i giorni della crisi di Ceuta e davanti ai suoi ministri e ai reporter Trump disse che quanto stava accadendo «è una catastrofe» e che avrebbe usato le immagini e la lezione spagnola come «un punto di discussione per le elezioni di Midterm». Ossia: «Se vincono i democratici, qui da noi sarà anche peggio».

Il presidente Usa sposta così l’attenzione all’Europa con un duplice obiettivo: utilizzarla come monito per gli americani e allo stesso tempo rinfocolare quell’attitudine di scetticismo quando non di ostilità che alcuni personaggi chiave della sua Amministrazione nutrono nei confronti della Ue e di alcuni suoi membri.

Gli interventi dei suoi collaboratori e dello stesso presidente sulle vicende europee sono stati sovente delle vere e proprie scelte di campo, simili ad interferenze. Difficile non considerare tale l’incontro di JD Vance a Monaco nel 2025 con la leader di Alternative für Deutschland (AfD); o la stessa presenza del vicepresidente a sostegno di Viktor Orban sul palco di Budapest pochi giorni prima delle legislative in aprile, poi perse dal primo sovranista d’Europa.

Anche Parigi e gli studenti diventano comunque materia da usare nelle elezioni di Midterm, dove le chance dei repubblicani di mantenere il Congresso si stanno sgonfiando, sondaggi alla mano, ogni giorno di più. Tanto da costringere sia Trump sia JD Vance a fare comizi negli Stati rossi, sino a qualche mese fa saldamente nel campo repubblicano. La missione di Vance in Alaska è tutt’altro di routine: l’ultimo vicepresidente a recarsi lassù per un evento elettorale fu Dick Cheney nel 2004, e l’ultimo presidente George W. Bush nel 2002.

Se dalla Spagna in difficoltà su Ceuta prese i talking points, ossia i già citati punti di discussione, da Parigi Trump attinge per colpire i sostenitori della società aperta e il mondo islamico con vista sulle Midterm.

Domenica la Fox News ha riservato ampio spazio all’intervista a Abdul El Sayed, candidato al Senato per il Michigan, democratico, musulmano (sarebbe il primo senatore Usa di fede islamica della storia). È avanti nei sondaggi rispetto a Mike Rogers, trumpiano di ferro e la sua popolarità è stabile. Trump lo ha definito “jihadista” in un post in cui ha accusato anche la tv conservatrice Fox News di tirare la volata a lui e ai democratici.

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L’immigrazione è l’altro tema. Trump ritiene che nel 2024 è stato quello, più dell’economia, il motivo della sua vittoria. Oggi rivendica di aver sigillato i confini. Gli ingressi dal Messico sono azzerati. Questo però è l’unico terreno su cui i repubblicani nei sondaggi vanno bene. Sul resto – economia, guerra in Iran, costo della vita, sanità – dominano i democratico.

Alla domanda chi vorreste a gestire la cosa pubblica, la stragrande maggioranza degli americani risponde i democratici. Se chiudere i confini convince gli americani, il resto delle politiche migratorie però – dalle deportazioni ai visti al diritto di asilo – è un bagno di sangue per Trump.

I latinos, che nel 2024 lo spinsero alla Casa Bianca, lo hanno, secondo un sondaggio NBC/Telemundo, scaricato: solo il 27% approva oggi il suo operato, mentre il 60% è ostile ai repubblicani.

La dinamica dell’affondo anti-francese ricorda anche per un altro aspetto quanto successo in luglio con Madrid. In entrambi i casi la presa di posizione di Trump è giunta dopo un’escalation di dichiarazioni pubbliche di influencer Maga e consiglieri della Casa Bianca, quasi fosse un’offensiva contro il governo Sanchez. Stephen Miller, vicecapo dello staff e ideologo del nazionalismo trumpiano, scrisse ai tempi di Ceuta su X: «I democratici hanno fatto questo all’America ogni singolo giorno per 4 anni sotto Biden e lo faranno ancora se otterranno nuovamente il potere».

Nei giorni scorsi commentatori vicini al mondo Maga, hanno rilanciato sui social video delle proteste francesi. «Questo accadrà negli Stati Uniti se i democratici riprenderanno il potere», le parole di David Rubin, 1, 6 milioni di follower su X e che ha usato le stesse parole di Stephen Miller. Glen Beck, conduttore radiofonico ultraconservatore da 2,2 milioni di fedelissimi, ha parlato di «una rete internazionale di socialisti che vogliono smantellare l’Occidente». Insomma, quella rete globale di estrema sinistra (far-left globalist) che è parte del lessico di Vance, Miller, Elon Musk e Donald Trump. E che il presidente evoca per provare a fermare l’emorragia di consensi per le elezioni di metà mandato.

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