«Ha scherzato fino alla fine, ironizzando anche sui suoi epitaffi». Carlo Fruttero ha testimoniato il proprio umorismo e la propria effervescenza intellettuale anche quando la sua esistenza era arrivata all’ultima pagina. A raccontarlo Federica, secondogenita dell’autore torinese – morto nel 2012 – che assieme a Franco Lucentini costituì il celeberrimo sodalizio letterario.

Scrittore, traduttore, curatore, Carlo Fruttero fu un intellettuale poliedrico. Per celebrarne i cento anni dalla nascita la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori ha dato vita a il “Club Fruttero”, progetto in collaborazione con la Fondazione Circolo dei lettori e Università IULM. Un programma di eventi che arriverà fino a novembre. Primo appuntamento oggi con l’apertura al Circolo dei Lettori di Torino della mostra che fino al 31 maggio esporrà materiali originali, tra cui taccuini, manoscritti, lettere e appunti.


Che padre è stato?
«Un bellissimo padre. Affettuoso, giocoso e pieno di senso dell’umorismo. Sdrammatizzava tutti gli eventi. Fino alla fine, quando ormai era molto malato, abbiamo riso tantissimo anche sulle ipotesi dei suoi epitaffi».
Gli epitaffi?
«Sì, mi ricordo una volta all’ospedale di Grosseto, dove negli ultimi anni era stato ricoverato varie volte a causa del cuore, ci siamo ritrovati con lui, mia sorella e alcuni amici e abbiamo riso sulle varie formule da utilizzare, tipo “Circondato dall’affetto dei suoi cari…”».
I più bei ricordi alla fine sono quelli legati alla quotidianità?
«Sì, mi ha insegnato a cucinare. Facevamo gli arrosti. È stato il mio mentore letterario. Fin da quando ero piccola ha iniziato con le fiabe di Calvino e poi ogni tanto veniva in camera con un libro e mi consigliava di leggerlo senza impormelo. In questo modo ho scoperto Guerra e pace, che ho letto a undici anni, e poi tutti gli americani, come i Nove racconti di Salinger che solo dopo ho scoperto che aveva tradotto lui».
Passiamo al grande sodalizio con Lucentini. Cosa ha fatto da collante tra loro?
«Innanzitutto la passione letteraria. Si sono trovati in casa editrice per scegliere i romanzi di fantascienza insieme e si sono accorti che le loro scelte erano identiche ed era la prova che avevano le stesse affinità elettive. Poi c’era il modo di vedere la vita, il senso dell’umorismo, pur avendo due caratteri diversi perché Franco era schivo e ansioso».
Si compensavano?
«In qualche modo sì perché papà sdrammatizzava nei momenti in cui Franco era più angosciato. In realtà lavoravano poco insieme. C’era una routine di vita quotidiana. Quando uscivano al ristorante uscivano insieme con le rispettive mogli. Poi avevano una coppia di altri amici e stop. Non erano mondani. Ricordo questi momenti in cui raccontavano dei film che avevano visto. Si trovavano su queste piccole cose».
Dunque lavoravano da soli?
«Lavoravano molto più per conto proprio. Scrivevano ciascuno nel proprio studio. Papà si chiudeva nel suo e usciva nel tardo pomeriggio con il lavoro svolto. Si incontravano di più nella fase iniziale: trovare la trama, decidere i personaggi o chi fosse l’assassino. Ne parlavano a monte. Ricordo la fase di Enigma in luogo di mare, il loro ultimo romanzo. Ricordo le loro lunghe conversazioni nella casa di Lucentini in Francia vicino a Fontainebleau. Poi si mettevano a scrivere per conto proprio e si scambiavano i pezzi».
Ci porti nello studio di suo padre. Com’era?
«Era una stanza molto grande con soffitti alti e scaffali pieni di libri. Era abbastanza ordinata. Aveva un tavolo rotondo e due poltrone. Sopra e sotto era pieno di libri e fogli e poi c’era un tavolo davanti alla finestra con altri libri. La macchina da scrivere e i taccuini. Lui lavorava seduto in poltrona con un bloc notes a quadretti e una penna in mano. Ha scritto tutti i suoi libri così».
Cosa le diceva sulla nascita de “La donna della domenica”?
«Hanno iniziato pensando a un raccontino sul litigio tra due innamorati, che è quello che fanno Lello e Massimo a metà del romanzo. Hanno iniziato a scrivere quello e dopo averlo scritto hanno deciso di adattarlo a una coppia omosessuale perché all’inizio era una coppia etero. Hanno iniziato così».
Nel 2002 Lucentini si suicida. Come reagì suo padre?
«È stato un colpo durissimo per tutti. Franco era malato da mesi. Era in fase terminale e sapevamo che sarebbe morto. Decise di togliersi la vita forse per evitare di diventare dipendente dagli altri. Ricordo la camera ardente a La Stampa in quel caldo agosto del 2002 con papà che teneva la mano sul feretro come se non lo volesse lasciare andare. Quella tragedia lo ha zittito dal punto di vista letterario per quattro anni perché senza Franco non è riuscito a scrivere una riga fino al 2006».
Cosa amava di Torino?
«La sobrietà dei torinesi. Potevi girare per le strade e nessuno ti disturbava. Amava passeggiare lungo il fiume o al mercato di corso Palestro. Ne amava anche il lato malinconico, la nebbia e la neve in piazza Statuto».
Quali erano i suoi libri preferiti?
«Pinocchio. Lo amava alla follia. Era per lui un capolavoro senza tempo. Poi I Promessi Sposi e Vita di Vittorio Alfieri».
Perché era così importante la fantascienza per lui, pensava fosse profetica?
«No, per lui era più un lavorare su uno stile letterario considerato non nobile. Trovava degli scrittori molto bravi in un genere giudicato minore. Esattamente come il suo interesse per i fumetti».
Gli autori che apprezzava di più?
«Parlava molto di Asimov e Philip K. Dick».
C’era qualcosa che lo faceva arrabbiare?
«Era un uomo mite. Anche il suo modo di arrabbiarsi non lo portava ad urlare. Al contrario faceva delle battute. Gli davano fastidio la sciatteria e la volgarità. Riguardo la politica ne aveva viste talmente tante che non era stupito di certi scandali».
Qual è per lei l’eredità di sua padre?
«La sua scrittura che sembra facile perché ha un tono leggero, e resterà come modello stilistico e letterario che non tanti riescono a realizzare. Una leggerezza nata da una conoscenza della lingua italiana straordinaria. Una grande cura per il dettaglio della parola e del ritmo. Poi la varietà delle cose che ha fatto e dunque il non limitarsi a un solo tipo di lavoro, ma spaziare in tanti ambiti».
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