Nick Land compare nel panorama della filosofia contemporanea come un personaggio che si fatica a catalogare, uno che dà l’idea di arrivare da altre discipline e persino da epoche diverse forse lontane. Non c’è dubbio si tratti di un filosofo ma di quelli che si propongono con inquietante naturalezza come certi lettori febbrili di Friedrich Nietzsche o gli ultra barocchi epigoni di Gilles Deleuze. Con Land non siamo certo di fronte ad un personaggio accademico, ma ad uno che si mostra come un sintomo, una sorte di febbre teorica che attraversa con prepotenza gli anni ’90 britannici. Sono gli stessi anni in cui la maggior parte dell’accademia continentale si muove con i suoi seminari composti e nutriti di rispettabili biografie mentre nella quieta University of Warwick si forma quel delirante laboratorio chiamato Cybernetic Culture Research Unit (CCRU) sorta di collettivo teorico informale, quasi un dipartimento non ufficiale, qualcosa che ha da fare con un gruppo semi-clandestino di filosofi, teorici dei media, scrittori e artisti. I leader, oltre a Nick Land, sono Sadie Plant, Mark Fisher, Kodwo Eshun. È un luogo speciale dove si mettono insieme discipline molto diverse tra cui accelerazionismo, volto a spingere capitalismo e tecnologia oltre i limiti, cibernetica, teoria del caos, cyberpunk, occultismo e numerologia. Le ricerche sono trattate con uno stile teoretico volutamente ibrido tra filosofia, fiction e teoria dei media.
I concetti ricorrenti sono Hyperstition ovvero idee che divengono reali perché circolano come miti tecnologici e poi fusione tra macchina, mercato e informazione, proprio tutto quanto sarà la radice teorica dell’accelerazionismo contemporaneo, la vera ossessione di Nick Land. Il CCRU ha avuto un’enorme influenza sulla filosofia della tecnologia, sull’estetica cyberpunk e post-internet, sul pensiero politico tech-futurista, sulla filosofia della Silicon Valley e sulla narrativa tecno-occulta.
Land tratta capitalismo, tecnologia e informazione come un sistema unico in accelerazione. Lo sfondo è il collasso della soggettività e il risultato non è mai esattamente una teoria bensì una sorta di clima mentale, qualcosa che sta a metà tra il manifesto cyberpunk e un trattato apocalittico. Per Land il futuro è qualcosa di già visto e accaduto e il capitalismo soltanto un processo di accelerazione tecnica che consuma senza sosta l’umano mentre s’adopra a produrre reti, algoritmi, automatismi. Insomma il tono filosofico di Land è sempre assertivo ed esclude ogni possibile intonazione pedagogica rendendo l’autore una delle figure più disturbanti e seducenti del pensiero contemporaneo.
Da quegli anni si può dire che la sua opera circoli come un oggetto misterioso e ambiguo e le ricerche del CCRU, diventate un’autentica cult theory, sono citate in ambiti diversi: filosofia della tecnologia, arte contemporanea, teoria politica e cultura internet.
Una sorta di fil rouge sembra unire la critica dello spettacolo in Guy Debord, l’analisi delle macchine deliranti di Gilles Deleuze e Félix Guattari avanti sino alla radicalizzazione accelerazionista di Nick Land. Proprio queste visioni informano e guidano il mondo tecnologico contemporaneo e mostrano con chiarezza il modus operandi di figure strategiche come Peter Thiel, Marc Andreessen, Mencius Moldbug e poi nell’infrastruttura operativa dell’intelligenza artificiale.
Non è più sufficiente parlare di alienazione ma analizzare la produzione del desiderio dove Debord denunciava la perdita dell’esperienza autentica e Deleuze e Guattari mantenevano aperta una tensione tra possibile e cattura, Land si dirige verso una filosofia dell’inevitabile. Oggi questa direzione teorica è più che concreta e si materializza con l’intelligenza artificiale divenuta davvero infrastruttura cognitiva. Si può dire che lo spettacolo non si limiti ad essere contemplato ma co-prodotto generando un’estetica tutt’altro che neutra dove l’AI rappresenta proprio la forma più avanzata di spettacolo mai esistita.
Il libro di Land The Dark Enlightenment è divenuto in breve tempo uno dei più importanti manifesti dell’alt-right nel mondo anglofono, carico di idee che affiorano con inquietante regolarità tra i riferimenti «dei più violenti estremisti del pianeta, dai suprematisti bianchi dell’Atomwaffen Division americana al massacro di Christchurch in Nuova Zelanda» (Giuliano da Empoli).
Si può dire che il pensiero di Land sia una sorta di miscela tra le due ideologie più pericolose del nostro tempo, quella che è espressa dai protagonisti della Silicon Valley ed è anche alla base del progetto tecno-autoritario del Partito Comunista Cinese. Un pensiero drammatico alla cui base si pone l’idea che il Mondo Nuovo stia arrivando e la fusione tra uomo e macchina sarà presto completa e tutto sarà regolato da forme totalmente razionali. Per Land resistere è inutile e le critiche sono del tutto insignificanti. L’unica rivoluzione possibile consiste nell’andare più lontano accelerando finché «la terra diventi talmente artificiale fino a che il movimento crei da se stesso una nuova terra».
La democrazia non ce la può fare, dice Land, perché non è semplicemente in crisi ma è un sistema corrotto, il futuro appartiene invece al governo-azienda che deve proteggersi dall’idea di democrazia come asserisce Mencius Moldbug (Yarvin Curtis) che con Land ha fondato l’NRx e accoglie i neo-reazionari americani tra i principali teorici dell’ascesa di Trump.
Illuminismo oscuro è un pamphlet politico ma anche un progetto di governance culturale che definisce il suo pensiero anche in materia di legittimità dei valori estetici e mette in moto i concetti che da questa idea si riversano sul sistema dell’arte. S’inizia col deridere come sentimentalismo l’idea democratica del gusto fatta di critica, istituzioni per sostituirla con una selezione darwiniana, efficienza, forza come doti naturali. Qui non si discute più di cosa possa esser meglio ma di chi è autorizzato a decidere. La verità è che questa logica neoreazionaria nel mondo odierno dell’arte esiste già. Governance come management, grandi musei, fondazioni, gallerie blue-chip sono tutte autorità in relazione al prezzo e alla sua legittimazione. In fondo Land suona meno come previsione e più come descrizione cinica di ciò che l’Artworld ha da tempo normalizzato. Per Land il pubblico non è “parte della verità” ma solo una variante di disturbo, rumore che abbassa la qualità, con l’abolizione della democrazia, lenta e volgare, si arriva ad un mondo più coerente, più alto.
La logica accelerazionista ha da fare col sistema dell’arte, l’innovazione tecnica, piattaforme, algoritmi, mercati globali, tokenizzazione, AI, sono un destino. Land però mostra che molte istituzioni sono già sistemi oligarchici e che l’idea progressista dell’arte non è che un falso linguaggio di legittimazione. Se la critica è lenta il prezzo è istantaneo, non esprime giudizi, li sostituisce.
Il mercato è tutto ma non neutrale ed è fatto di gatekeeping, narrazioni, certificazioni che trasformano decisioni organizzate in esiti naturali per usarli come prova. Un circuito fatto di record d’asta costruiti, antologiche museali, proclamazioni pubbliche, sovrastrutture narrative che rispondono solo a segnali di potere e capitale. Land mostra il momento in cui la cultura smette di farsi legittimare dalla critica e la chiede alle forme di successo misurabile. L’illuminismo diviene oscuro quando scambiamo la chiarezza del numero per la chiarezza del senso.
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