Flick: “Stiamo sottovalutando l’Ai. Il progresso corre più veloce della nostra comprensione”

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«Stiamo attraversando un’autentica rivoluzione. Accanto agli enormi vantaggi e aspetti positivi, l’intelligenza artificiale pone interrogativi molto forti che a mio parere non stanno avendo la necessaria attenzione». Il giurista Giovanni Maria Flick, 85 anni, Guardasigilli nel primo governo Prodi (1996-98) e presidente della Corte costituzionale dal novembre 2008 al febbraio 2009, analizza le enormi sfide imposte dall’Ai: «Il rischio – osserva – è che l’innovazione tecnica proceda più rapidamente della capacità giuridica e politica di governarla».

Qual è il suo rapporto con l’intelligenza artificiale?
«La sto studiando, ma sono all’inizio. Me ne occupo da un anno e mezzo circa: quando ne saprò a sufficienza, inizierò a utilizzarla. Sono interessato alle implicazioni filosofiche e alla dimensione tecnica del fenomeno, ma vorrei che si affrontassero anche i possibili rischi. Un aspetto che, attualmente, non mi sembra sufficientemente valorizzato».

Quali sono i rischi maggiori legati all’Ai?
«Le possibilità, pressoché infinite, di prestarsi alla manomissione e strumentalizzazione della realtà. È un pericolo le cui conseguenze stiamo già toccando con mano. Spesso l’intelligenza artificiale presenta come vero, e quindi come più seducente, ciò che è soltanto verosimile. Ed è un modo formidabile per condizionare la volontà delle persone, specie quelle con meno strumenti culturali per vagliare la veridicità di un contenuto. Per inquadrare l’intelligenza artificiale mi piace attingere a una metafora di Platone».

Quale?
«Quella utilizzata nel Fedro per la scrittura, considerata “pharmakon”, insieme rimedio e veleno. Aiuta la memoria, ma può indebolire la conoscenza viva se è scambiata per sapere autentico. Anche l’intelligenza artificiale può essere utilissima per chi già possiede strumenti critici. Diventa invece pericolosa per chi vi si affida passivamente».

Quali diritti fondamentali rischiano di essere compressi maggiormente?
«Credo tutti. Perché l’avvento dell’Ai introduce una quarta rivoluzione nella vita degli uomini. La prima era quella di Copernico, poi è arrivata quella di Darwin, seguita da quella di Freud. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale, a differenza di tutte le precedenti, viaggia a una velocità talmente sostenuta da non consentire all’uomo un adeguamento graduale».

Se dovesse indicare una priorità assoluta per il legislatore sull’intelligenza artificiale, quale sarebbe?
«Una regolamentazione precisa e non ambigua, che allo stesso tempo garantisca la libera manifestazione del pensiero e non si traduca in limiti non giustificati o in forme di censura motivate da ragioni politiche o economiche o prima ancora ideologiche».

La nostra Costituzione è sufficientemente attrezzata per affrontare la rivoluzione dell’Ai?
«La Carta è molto attenta alla libertà personale (tutelata dall’articolo 13) e alle sue limitazioni, ma non mi sembra che lo sia altrettanto per la libertà di formarsi un pensiero, non solo la sua manifestazione che è protetta dall’articolo 21, un pilastro fondamentale della nostra democrazia. Il pensiero nasce dalle relazioni con gli altri, dall’acquisizione di una cultura che consenta la formazione di una opinione. La società digitale rende sempre più difficile difendere la formazione del pensiero. Fake news, propaganda, profilazione commerciale o politica o ideologica, manipolazione cognitiva incidono direttamente sul cosiddetto “mercato delle idee”, soprattutto con riferimento alla libertà di manifestazione del pensiero e a quella di iniziativa economica prevista dall’articolo 41».

Come valuta i rischi nell’uso dell’Ai da parte della magistratura nelle decisioni giudiziarie?
«Ci sono già stati esempi eclatanti di “falsificazione” di pronunciamenti del passato o di commi citati erroneamente e utilizzati per redigere un atto di difesa o scrivere una sentenza. È a rischio l’indipendenza della funzione giudiziaria nella misura in cui la formazione della decisione viene effettuata solamente o prevalentemente con strumenti di intelligenza artificiale».

Esiste il pericolo che il fattore umano finisca per essere scavalcato dalle macchine?
«Una delle mie paure più grandi è che si possa arrivare al dialogo tra macchine. L’Ai deve restare uno strumento governato e manovrato dall’uomo, le macchine non devono diventare i nostri dominus. È l’uomo che conserva il primato dell’intenzionalità e della responsabilità di giudizio, la macchina invece deve ricoprire il ruolo di partner dialettico o offrire una documentazione per le risposte dell’uomo. L’imperativo è garantire quella che io definisco “riserva di umanità”, dalla giustizia alla politica. Mi fa paura il modo in cui i servizi, attualmente, siano affidati in toto alle macchine».

Tra apocalittici e integrati, dunque, si schiererebbe con i primi?
«Suppongo che il mio pessimismo e i miei timori siano dovuti anche all’età, oltre che all’esperienza. Ma non mi riconosco in nessuna delle due categorie coniate da Eco: tra apocalittici e integrati, mi sento umano».

L’intelligenza artificiale fornisce risposte molto rapide ma spesso semplificate, inducendo a una “pigrizia cognitiva”. C’è un antidoto?
«Insegnare alle persone l’uso del vocabolario e riscoprire la fatica del pensiero. Faccio un esempio basato sulla mia esperienza di magistrato: un tempo la ricerca del precedente per capire come la giurisprudenza si era orientata in una certa materia si faceva negli archivi, sfogliando fisicamente tomi e volumi. Ora è sufficiente schiacciare un pulsante dopo aver digitato una parola chiave: il risultato è talmente specifico da non farci porre dubbi o interrogativi sulle possibili alternative. Ma il pensiero è fatica, una fatica interessantissima e stimolante. Tutto il tempo che nella mia carriera ho trascorso a cercare i precedenti giuridici mi ha aiutato a diventare il giudice che sono poi diventato. Trovare una risposta immediata forse non mi avrebbe giovato».

Crede che sia necessario mettere in discussione i metodi di insegnamento cui siamo abituati?
«Bisogna educare a un uso critico dell’intelligenza artificiale. Deve essere inserita nei percorsi educativi e professionali come strumento di formazione e potenziamento, non come scorciatoia».

Qual è il suo auspicio per il futuro?
«Una nuova maieutica che nasca dalla collaborazione tra uomo e macchina. Soltanto l’uomo ha capacità di conoscere l’improbabile e di assumere una responsabilità con la decisione; soltanto la macchina ha capacità di una memoria analitica su una quantità di precedenti che tende all’infinito».

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