Il Ris sapeva che sui pedali della bici di Alberto Stasi non c’era il sangue di Chiara Poggi. Di nascosto, il 19 settembre 2007, forse prima ancora delle due contro analisi che escludevano la presenza di Dna, l’allora capitano Alberto Marino, consulente della procura di Vigevano, aveva smontato i pedali ed eseguito in segreto un test specifico in grado di accertarlo: l’Obti. Ma l’esito era stato negativo: non c’era sangue della vittima. Né la pm – che quattro giorni dopo firmò il fermo dell’allora 24enne per il presunto sangue sui pedali – né le parti hanno mai saputo dell’esecuzione di questo test.
La scoperta già così è clamorosa. Ma c’è di più. Quando, con Stasi già in carcere, durante le operazioni peritali a Parma, il 25 settembre del 2007, il consulente della difesa Matteo Fabbri ha chiesto che «prima di ogni operazione, venga effettuata una diagnosi di specie, tipo Obti test, sulle tracce rinvenute sui pedali della bici», a verbale la risposta di Marino è stata: «Il sottoscritto si riserva di effettuare eventualmente la diagnosi di specie sulle rimanenti tracce». Una riserva che in 19 anni non ha mai sciolto, almeno ufficialmente.
Solo ora, da uno dei suoi 12 fogli di appunti di laboratorio, datato 20 settembre 2007 e rinvenuto nel fascicolo in originale che i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano hanno acquisito al Ris, si scopre che non solo cinque giorni prima e in gran segreto aveva effettuato anche quel test. Ma che l’esito era stato negativo. Pure due anni più tardi, nell’agosto del 2009, durante la perizia voluta dal giudice Stefano Vitelli – che in abbreviato assolse Stasi – in una mail agli atti, l’attuale comandante della sezione Biologia del Ris di Parma Marino provò a scoraggiare il perito Carlo Robino a effettuare un test di tipo immunologico sostenendo che non avrebbe avuto «minimamente la sensibilità necessaria a fornire un esito attendibile» per via delle «tracce troppo esigue». Alla fine, il test fu effettuato e negò la presenza di sangue in un secondo campione prelevato dai pedali della bici, il «bu_p1».
l’intervento
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Sentito il 21 settembre dall’aggiunto Stefano Civardi e dalle pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, l’ex Ris Giorgio Portera, ha più volte fatto riferimento all’esecuzione dell’Obti: «Non le posso dire – si legge nel verbale – che non è stato discusso in tal senso. È stato discusso nel senso che è stato trovato, ma l’esito all’Obti è negativo, quindi che cosa si può fare? Eh, guardiamoli insieme (i pedali, ndr) poi lui ha continuato con altri prelievi».
Forse neanche Marino all’inizio sarebbe riuscito a spiegarsi la grande quantità di Dna rilevata su quei pedali dalla purificazione del campione «bu_p» effettuata il 19 settembre. Forse, per questo, il giorno dopo, come si legge nell’appunto, avrebbe effettuato il Combur test, più generico, che diede esito positivo; poi l’Obti: negativo; e probabilmente dopo si sarebbe deciso a fare le due contro analisi sul Dna, anche queste negative. Per ora sono solo ipotesi investigative. Di certo, quei test sarebbero stati fondamentali per l’inchiesta, ma sono rimasti nascosti per 19 anni. E ora sono al centro del fascicolo bis su Garlasco, che vuole accertare eventuali responsabilità di chi all’epoca indagò, a partire dal Ris, allora comandato da Luciano Garofano.
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