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Legge elettorale, sì con fiducia. La vigilia dei quasi “ex eletti” che sperano nelle porte girevoli

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SPALATO. Dopo i due “sì” di ieri, la maggioranza stamane voterà di nuovo la fiducia a Giorgia Meloni sulla legge elettorale. E lo farà principalmente perché la premier non ripone più fiducia nei parlamentari della sua maggioranza.

Tanto che nel centrodestra, dopo i 247 e 246 voti favorevoli raccolti a Montecitorio ieri e già pronti anche per oggi, fremono i preparativi per la seduta che si terrà attorno all’ora di pranzo domani. Fratelli d’Italia ha idealmente suddiviso in cinque parti il suo spicchio di emiciclo. Ognuna è assegnata a un controllore ritenuto di fede indiscutibile come i deputati Sara Kelany, Augusta Montaruli e Gianluca Vinci. A loro spetterà l’ingrato compito di verificare che i parlamentari votino infilando solo un dito e solo dalla parte “giusta” della pulsantiera. Ogni esitazione o postura differente vale un’accusa di tradimento. Il clima imposto da Palazzo Chigi e via della Scrofa è militare. I ministri ci saranno tutti, meno Giancarlo Giorgetti assente per l’Ecofin. La Lega, però, frena i meloniani e spiega che non ha bisogno di “controllare così” i propri deputati, ma Matteo Salvini li sta telefonando uno ad uno per assicurarsi che non facciano scherzi. Forza Italia offre garanzie e scongiuri: «Non ci saranno incidenti gravi. Anzi, neanche lievi tamponamenti». Del resto Meloni ha chiarito in tutti i modi che l’alternativa al via libera è il voto anticipato e nessuno, oggi, pare considerarlo all’orizzonte. Una sicurezza che pure la premier pare sottoscrivere, essendosi impegnata – per le 16 di giovedì – ad inaugurare Palazzo Saladini Pilastri ad Ascoli Piceno, subito dopo essere rientrata da Spalato, in Croazia, dove oggi prenderà parte al vertice Ue dei paesi mediterranei, il Med9.

Le vedette che apparvero in balconata a luglio, quando il governo andò sotto a Montecitorio, stavolta non dovrebbero essere lì. Informalmente la presidenza della Camera avrebbe chiesto ai partiti di non spedire funzionari e collaboratori a mischiarsi con i giornalisti. Per cui al terzo giorno di voto qualche margine di manovra per la resurrezione del franco tiratore, volendo, resta. Ed è proprio questa consapevolezza a far spingere a fondo il pedale della disciplina a capibastone e dignitari di partito.

Scrostata per un attimo dalle giacche dei parlamentari in Transatlantico l’ostentata tranquillità, a passeggiare resta la loro amarezza per un destino che pare ineluttabile. Silenziosa, dissimulata, negata. Specie quando l’opposizione che va dal Pd al M5s fino a Futuro nazionale alza la voce urlando al cortocircuito costituzionale o all’accantonamento della democrazia parlamentare per rendere evidenti certe contraddizioni.

In maggioranza, per molti il voto di giovedì equivale a mettersi da soli la testa sul ceppo. «C’è strizza» sintetizza con efficacia la leghista Simonetta Matone. I motivi sono variegati. Con la nuova legge elettorale Meloni cannibalizzerà il voto degli alleati. Con le preferenze sono favoriti politici locali e consiglieri regionali. Senza l’alternanza di genere per i capilista sono sfavorite le donne. Variegate, quindi, sono pure proteste e rassicurazioni. «Sono stato chiuso in Commissione e in Aula per quattro anni, è ovvio che sul territorio preferiscono altri» sospira un deputato meloniano a cui, confida a taccuino chiuso, è stato garantito che – senza incidenti domani – ci saranno “porte girevoli”. I deputati a fare i consiglieri, i consiglieri a fare i deputati, con i primi ad aiutare i secondi e viceversa in una sorta di quadriglia di partito.

Certezze a cui si aggrappano in molti. Come le donne, specie quelle di FI, affatto soddisfatte dal testo ma placate da Antonio Tajani, pronto a garantire comunque un posto in lista a tutte.

Pure la Lega, del resto, avrebbe ottenuto da Meloni indicazioni sulla sua volontà di non prendersi tutto il Nord, lasciando al Carroccio agio nella composizione delle liste. Un do ut des che per i parlamentari alla prima legislatura – circa il 40 per cento del totale degli eletti – si limita invece alla certezza di scavallare aprile ancora seduti in poltrona, quanto basta per maturare i requisiti per la pensione da parlamentare. Il futuro in cambio del presente. Il sacrificio come atto di fedeltà. Tutto nei pochi minuti che serviranno a completare il voto. Tutto per dare il via a una campagna elettorale che, al di là delle promesse di Meloni a Tajani e Salvini, la premier pare intenzionata a tenere a maggio.

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