Gilli: “L’economia è fragile, dobbiamo fare di più. Rafforziamo la rete con le fondazioni estere”

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«Oggi le fondazioni sono chiamate a fare di più, perché aumentano le fragilità: non solo economiche, ma educative, sociali, relazionali. Questo richiederà di prevedere maggiori erogazioni in alcuni ambiti». Marco Gilli, presidente della Compagnia di San Paolo, parte da qui per spiegare le scelte fatte e dettagliare i risultati del bilancio 2025, con un patrimonio che raggiunge i 13,1 miliardi.

A fronte di proventi in crescita, oltre i 515 milioni di euro mentre l’anno precedente erano stati 409,4 milioni, l’attività erogativa sale a 288,8 milioni (dai 188,4 milioni del 2024, in aumento anche rispetto alla stima di 175 milioni previsti nel documento programmatico previsionale), rafforzando la capacità di intervento sui territori. Parallelamente, una quota consistente dell’avanzo – 391,9 milioni – viene destinata a riserve e fondi, consolidando patrimonio e strumenti di stabilizzazione.

Più risorse mobilitate nel presente, quindi, ma con una chiara attenzione alla sostenibilità futura e alla gestione dell’incertezza. Non è solo una questione di bilancio. Il punto è un nuovo modello di ente filantropico, internazionale nella visione ma fortemente radicato alle esigenze dei territori di riferimento anche a progetti di collaborazione con fondazioni di origine bancaria piccole e locali.

Quali sono i principali dati che emergono dal bilancio?

«I numeri sono positivi, ma vanno letti dentro una strategia. Abbiamo avuto proventi in aumento, trainati soprattutto dai dividendi, e questo ci ha consentito di accrescere le erogazioni. Allo stesso tempo, però, abbiamo scelto di non tradurre integralmente questa crescita in spesa immediata: una parte rilevante dell’avanzo è stata destinata al consolidamento del patrimonio e agli accantonamenti per le future erogazioni. È un equilibrio che riteniamo essenziale per garantire continuità alla nostra azione. Aumentano le richieste di sostegno ma allo stesso tempo dobbiamo pensare alle generazioni future. Per questo abbiamo aumentato i fondi per la stabilizzazione delle erogazioni: oggi siamo in grado di garantire circa tre anni di attività erogativa anche in assenza di nuovi proventi, senza intaccare il patrimonio».

Ci sono margini per aumentare la vostra partecipazione nella banca?

«Siamo ovviamente molto soddisfatti della partecipazione in Intesa Sanpaolo e non abbiamo ovviamente alcuna intenzione di ridurre la nostra quota, ma non possiamo nemmeno salire ancora nell’azionariato della banca perché, anche con i nuovi vincoli dell’addendum al protocollo Acri-Mef, siamo al limite. Siamo soddisfatti anche di Cdp, in cui da poco abbiamo aumentato la nostra quota. Per ora non ci sono movimenti significativi in programma. Siamo soddisfatti dell’attuale assetto e manteniamo un approccio da investitore paziente. Interveniamo solo quando ci sono esigenze di carattere istituzionale. Per il resto, gestiamo il portafoglio con l’obiettivo di garantirne stabilità e rendimento nel lungo periodo».

Come si posiziona la Fondazione nel contesto internazionale?

«Il nostro riferimento principale è europeo, ma operiamo su più livelli. Siamo fortemente allineati alle Nazioni Unite, anche attraverso gli obiettivi di sviluppo sostenibile, e collaboriamo con importanti realtà internazionali. Allo stesso tempo partecipiamo attivamente alle reti filantropiche europee, dove si stanno ridefinendo modelli e strumenti. L’Europa è il nostro spazio naturale, ma con una visione globale».

Ci sono collaborazioni concrete su questo fronte?

«Sì, numerose. Lavoriamo con grandi fondazioni internazionali, anche statunitensi, e siamo coinvolti in iniziative europee che mirano a sostenere innovazione e crescita, come lo Scale-up Fund promosso dalla Commissione per accrescere la competitività delle imprese high-tech. Inoltre, collaboriamo con istituzioni multilaterali e promuoviamo momenti di confronto internazionale, anche sul nostro territorio. Questo scambio è fondamentale per crescere e per portare modelli innovativi in Italia. Ad esempio, il 25 e 26 giugno ospiteremo a Torino il meeting dello Scientific Advisory Board del Segretario Generale Onu».

Come evolve il sistema delle fondazioni in Italia?

«Stiamo andando verso una maggiore collaborazione, soprattutto tra fondazioni di dimensioni diverse. Noi possiamo mettere risorse e competenze, mentre le realtà più piccole hanno una conoscenza molto profonda dei territori. Non vedo invece una spinta verso fusioni: il radicamento locale resta un valore fondamentale».

In questo quadro, che ruolo hanno gli investimenti “mission related”?

«Sono una componente sempre più centrale. Non ci limitiamo a erogare risorse, ma affianchiamo investimenti che producono impatto. Parliamo di capitale “paziente”, che può avere rendimenti anche inferiori al mercato, ma che genera impatto: innovazione, sviluppo e trasformazione. È una delle principali evoluzioni della filantropia contemporanea e ci consente di intervenire in modo più strutturale».

Quali sono le principali sfide per il prossimo futuro?

«L’evoluzione degli scenari geopolitici e macroeconomici, inclusi l’andamento dei mercati e dell’inflazione, sono al momento molto difficilmente prevedibili. Noi dobbiamo mantenere solidità patrimoniale e flessibilità operativa, investire nelle nostre persone, ed essere pronti a rispondere rapidamente a eventuali nuove fragilità che dovessero presentarsi».

Questo cambia anche il ruolo della fondazione?

«Sì. Sempre più siamo chiamati a essere un attore di sistema, non solo un erogatore. Dobbiamo costruire partnership, avviare progetti e processi complessi, generare conoscenza dai progetti e fare in modo che le iniziative di successo possano essere replicate su scala più ampia. È una funzione che richiede visione strategica e capacità di lavorare insieme ad altri soggetti, pubblici e privati, un modello che sinteticamente chiamiamo 4P (Public – Private -Philanthropic -Partnership)».

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