Lo Stato esce dalle banche. Il ruolo del governo come azionista è giunto al capolinea. Con un messaggio netto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sancisce la fine di un’era per il credito italiano e punta il faro sul futuro del Monte dei Paschi di Siena, pur senza nominarlo. Davanti alla platea dell’Associazione bancaria italiana (Abi), il titolare del Tesoro detta la nuova agenda. Stop agli interventi statali e spinta alla crescita attraverso investimenti e risparmi domestici da sbloccare. «Sono fiducioso che questa sia l’ultima assemblea dell’Abi in cui il Governo è socio di alcuni importanti istituti bancari, giacché considero che il ruolo che l’azionista pubblico ha svolto si sia esaurito», sentenzia il ministro.
Il sistema bancario italiano, secondo Giorgetti, si proietta nel futuro da una posizione di forza inusitata. Gli ultimi quattro anni hanno sancito un profondo risanamento. «Oggi la patrimonializzazione è solida e ben al di sopra dei minimi regolamentari e superiore alla media europea», evidenzia Giorgetti, ricordando come la redditività abbia «raggiunto i livelli più alti dal 2008 con un rendimento del capitale e delle riserve pari al 13,8 per cento». Un traguardo reso possibile da un ritrovato equilibrio macroeconomico. Il calo del differenziale di rendimento tra Btp e Bund, sceso da 251 a 78 punti base, ha agito da volano. La compressione dello spread si è tradotta in un abbattimento del costo della raccolta, liberando risorse preziose. Il titolare di Via XX Settembre porta l’esempio di una grande banca capace di risparmiare quasi 160 punti base su una emissione rispetto ai costi sopportati all’insediamento dell’esecutivo.
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La diagnosi del ministro non lascia spazio a dubbi: «Le banche italiane sono oggi tra le più solide e redditizie in Europa anche perché il loro Paese sta rimettendo i conti in ordine». Una stabilità certificata dai numeri, dato che «l’Italia ha ridotto il deficit dall’8,1 al 3,1 per cento» ed è stata «il primo paese del G7 a tornare in avanzo primario dal 2024». Questo circolo virtuoso ha azzerato lo scarto con i titoli francesi e innescato revisioni positive sul rating. Una invidiabile solidità non deve tramutarsi in un alibi per l’inazione. Il ministro lancia un monito all’intera platea: «Sarebbe tuttavia limitativo compiacersi di questi dati». Serve uno scatto in avanti, poiché «forti della rinnovata solidità, le banche possono e debbono contribuire a portare l’economia italiana, nel quadro dell’integrazione europea del mercato dei capitali, su un livello più sostenuto di crescita». Ed è anche per questo, ricorda, che accoglie «con favore le parole del Governatore Panetta». Ne deriva che il Tesoro «attiverà un tavolo permanente di confronto con gli investitori istituzionali, con gli operatori del settore e con le autorità – in primo luogo la Banca d’Italia». Lo scopo è liberare risorse domestiche per gli investimenti.
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La missione di spingere il Prodotto interno lordo si scontra con una contrazione della attività di intermediazione creditizia. I grandi istituti vedono aumentare il rendimento, ma assistono a un calo del margine di interesse. Di fronte a questo scenario, Giorgetti si domanda se il sistema stia affrontando «una progressiva trasformazione ontologica». Una deriva inaccettabile per il governo, in quanto il tessuto produttivo nazionale vive sulle spalle delle micro, piccole e medie imprese, le quali dipendono dal canale bancario. «Ogni contrazione dell’offerta restringe la loro capacità finanziaria, senza possibilità di ricorrere a fonti alternative», sottolinea il titolare del Mef. Con un interrogativo provocatorio, il ministro scuote la platea finanziaria: «Perché parlare sempre di venture capital in senso astratto e non capire che sono proprio le imprese piccole e medie il venture italiano?». Il monito fa mormorare molti dei presenti e chiama in causa la tenuta della Nazione. «Limitare il credito alla parte più ampia del nostro sistema produttivo non è solo un problema economico. È un rischio per la sicurezza economica del Paese».
Sul fronte operativo, il Fondo centrale di garanzia, i cui volumi di esposizione sono scesi da 225 a 140 miliardi, tornerà a coprire in via esclusiva i fallimenti di mercato e l’export. I finanziamenti per le aziende sane, secondo Giorgetti, torneranno a essere il lavoro centrale e insostituibile degli istituti. In questa cornice si inserisce il dibattito sulle fusioni. Per il Tesoro, «le dimensioni degli istituti e le aggregazioni non sono un valore in sé, tranne forse per gli azionisti, ma lo possono diventare per il Paese quando esse migliorano la capacità del sistema bancario di accrescere la proiezione internazionale delle aziende italiane» e favoriscono investimenti in tecnologia.

La partita decisiva si gioca sul palcoscenico europeo, dove prende forma l’Unione dei capitali. L’Italia, scandisce Giorgetti, dispone di un bacino potenziale inespresso. Giorgetti evidenzia il paradosso di un sistema in cui «la dimensione dei capitali impiegati in strumenti altamente liquidi e con rendimenti bassi o pressoché nulli è ancora pari a 1.600 miliardi, ben al di sopra di una soglia fisiologica». Convogliare questa immensa liquidità verso lo sviluppo infrastrutturale e tecnologico rappresenta l’obiettivo primario della Legge Capitali e del nuovo Fondo Nazionale Strategico Indiretto. L’integrazione finanziaria del Vecchio Continente stravolgerà le regole del gioco. «L’Unione dei capitali non sarà una gara tra ordinamenti. Sarà una gara tra sistemi economici», avverte il titolare del Mef.
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Una sfida, ricorda, che investe in pieno le banche digitali, un segmento presidiato da aggressivi colossi stranieri, mentre i gruppi tricolori faticano a imporsi. La transizione informatica esige una reazione decisa, in quanto «la sfida, quindi, non è solo tecnologica. È la conquista della prossima generazione di clienti». Perdere questo treno significherebbe consegnare i risparmiatori ai competitor internazionali. La visione del governo abbraccia una integrazione continentale basata su logiche federali, spingendo per la realizzazione dell’euro digitale, considerato «un pilastro concreto e realistico dell’autonomia strategica europea». Il patto tra esecutivo e mondo del credito si fonda su una mutua e indissolubile convenienza, un vincolo ribadito in chiusura di intervento, dove il richiamo all’interesse nazionale sublima il senso dell’intero mandato. «Con banche solide, redditizie e innovative il Paese è più forte. Vale anche il viceversa. Con un Paese stabile, competitivo e florido, le banche valgono di più». Il sipario all’Auditorium della Tecnica a Roma cala su un assetto pronto a mutare pelle, con lo Stato deciso a fare un passo indietro per lasciare alle banche il compito di sostenere la ricchezza futura.
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