Il fantasma populista tra Meloni e Schlein

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Caro direttore, due mesi dopo viene da osservare che la vittoria conseguita nel referendum non ha aiutato il centrosinistra a definire meglio il suo profilo. Ne è scaturita infatti una quasi certezza di vittoria che finisce per sommarsi all’antica abitudine di considerarsi depositari di una sorta di supremazia morale e politica, ideale e tecnica al tempo stesso. Le due cose insieme non promettono molto di buono.

Di contro, anche la Meloni ha i suoi problemi e neppure lei sembra in grado di venirne a capo. Probabilmente anche lei immagina di risolvere le difficoltà celebrando se stessa. Tanto più ora che bussa alle sue porte un signore che appare piuttosto improbabile come alleato d’onore ma si sta rivelando invece assai più ferrato nel gioco delle astuzie e dei sotterfugi della politica minore. Questione che la premier non sembra ancora aver chiaro se si dovrà affrontare con le buone o con le cattive. Dunque, anche a destra il clangore delle trombe costringe al silenzio il ragionamento.

Infatti io credo che esistano buone ragioni per tenersi a distanza dai due progetti che vanno ora per la maggiore. Ma se invece si vuole insistere a pensare che non vi sia salvezza al di fuori di questi due poli, occorrerebbe almeno frequentarli con quel tanto di spirito critico che prima o poi potrebbe riuscire a emendarne alcuni dei difetti più evidenti. Impresa a cui invece ci si dedica assai poco. A destra perché il capo non va troppo contraddetto. A sinistra perché in luogo della fiducia nel condottiero si finisce con l’avere fiducia nella propria sfera antropologia politica. Un difetto, anche questo, non da poco.

Così da questa parte, se una volta si era abituati a parlare anche troppo e a spaccare il capello in quattro, ora invece sembra regnare una fiducia nel proprio destino così granitica da non poter essere scalfita da una discussione appena appena più abrasiva. Infatti, se qualcuno pone problemi, si immagina che sia solo alla ricerca di un buon posto nelle liste ospitali dei vincitori annunciati. Se qualcuno prima o poi finisce con l’uscire di casa, si avverte quasi un senso di liberazione dalla fatica di dover discutere ancora. E se qualcuno segnala che una coalizione degna del nome non può dar luogo a un happening in materia di geopolitica, si ribatte che tale è l’occasione alle porte che non mette conto fermarsi a discutere più di tanto sul resto del mondo. Nessuno più ha voglia di guardarsi dentro, con uno spirito minimamente critico. Tantomeno di guardare verso quelli che guardano oltre il confine. Ma forse è proprio nelle linee tracciate lungo quel confine che si nasconde il nostro destino.

Il fatto è che tutte e due le coalizioni sembrano aver rinunciato a fare fino in fondo i conti con se stesse. E appena oltre, a fare i conti con il populismo. Ad interrogarsi cioè sulle sue ragioni, a contrastare i suoi torti, a misurare con un briciolo di esattezza le proprie distanze. Insomma, in una parola, a decidere se esso alla fine sia un malessere che va fatto proprio, ovvero un (improbabile) redentore, ovvero un antagonista che va tenuto a bada, ovvero ancora un nemico che va sfidato apertamente e magari anche sconfitto.

Ma è proprio lì che sta il problema. E cioè nella peculiare, reciproca circostanza che ormai tale è la fatica di tenere insieme la convenienza a inglobare una modica dose di populismo e la preoccupazione di farsene invece trascinare altrove; tale è l’ambiguità di ospitare i propri avversari e di pensare al tempo stesso di poterli metabolizzare senza lasciare troppe tracce; tale insomma è la confusione sotto il cielo, o sotto i due cieli opposti, che si è perso quasi irrimediabilmente il bandolo della matassa.

Così alla fine tutto si riduce a una richiesta di obbedienza rivolta ai propri cari e a una ostentazione di fiducia rivolta a tutti gli altri. In questo modo, però, si costruirà una vittoria che rischia infine di valere perfino meno di un pareggio. Il che, ovviamente, è tutto dire.

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