Il G8, il dissenso e la sospensione della democrazia

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Il 24 maggio del 2000 era una giornata luminosa, con un sole incandescente sulla testa di un popolo multicolore composto da migliaia di ragazzi che coprivano ogni centimetro del vialone tra la stazione Brignole e la Fiera del Mare di Genova. Contestavano Tebio, il Salone internazionale delle biotecnologie, ma in un lampo canti e slogan contro le multinazionali si trasformarono nel frastuono indistinto che poco più di un anno dopo sarebbe diventata la drammatica colonna sonora del 20 e 21 luglio 2021. I gruppi pacifici, riuniti sotto la sigla Mobiltebio con 500 diverse associazioni, manifestavano senza disordini. Il dissenso di Controtebio, con anarchici e centri sociali, degenerò in violenza, fino allo scontro con le forze dell’ordine all’ingresso del Salone, a terra una ventina di feriti e l’aria acre per il fumo dei lacrimogeni. Prima c’era stata Seattle, il 30 novembre 1999, con il coprifuoco e 500 arresti dopo gli scontri per la riunione annuale dell’Fmi e della Banca Mondiale; poi venne Nizza, nel dicembre del 2000, dove per la prima volta una riunione istituzionale dell’Ue, il Consiglio europeo, innescò proteste violente, con negozi distrutti e banche incendiate. Quindi Göteborg: per manifestare contro il vertice Bruxelles-Washington si diedero appuntamento quasi diecimila contestatori, negli scontri la polizia sparò lacrimogeni ad altezza d’uomo e un ragazzo di 19 anni venne gravemente ferito dai colpi di pistola di un agente. Era dal 1931 che in Svezia non venivano esplosi colpi di pistola contro manifestanti.

I timori che la contestazione ormai globale potessero degenerare anche a Barcellona convinsero la Banca Mondiale ad annullare la riunione di fine giugno. Mancavano pochi giorni al G8 di Genova. E tutti erano perfettamente consapevoli che il vertice dei Grandi della Terra sarebbe stata la vetrina perfetta per l’attacco organizzato di gruppi violenti. Eppure l’imponente apparato di forze dell’ordine, i piani di difesa studiati, ripassati e assimilati, le gigantesche grate che facevano sembrare il centro storico un carcere a cielo aperto, le zone rosse, non servirono a evitare le devastazioni, lo sfregio dei black bloc, piazza Alimonda. Fino alla sospensione della democrazia a Bolzaneto e alla “macelleria messicana” della Diaz. Come riconosce lo stesso ministro dell’Interno dell’epoca, Claudio Scajola, nell’intervista a Francesco Grignetti pubblicata su La Stampa di oggi, «in quei giorni sono state scritte alcune delle pagine più buie della storia della Repubblica».

Che la situazione sfuggì di mano a chi era chiamato a gestire l’ordine pubblico non è solo una verità storica, è la certezza vissuta sul campo da chiunque si è trovato quei giorni a raccontare l’inferno delle strade ridotte a campi di battaglia. Ma quanta responsabilità politica c’è a monte? E venticinque anni dopo, una seconda e più attuale domanda rinnova quella responsabilità: potrebbe succedere ancora?

Ha ragione chi sostiene che, nonostante l’introduzione del reato di tortura nel 2017, ci sono problemi strutturali che non sono mai stati risolti, a cominciare dall’identificazione degli agenti impegnati nell’ordine pubblico e che vede ancora oggi nel G8 di Genova una sorta di monito, non un’eccezione irripetibile. Ma non si può dare nemmeno torto a chi immagina una situazione diversa, con il processo tecnologico degli ultimi due decenni che consentirebbe di documentare gli avvenimenti in modo molto più diretto e tale da impedire la possibilità di occultare comportamenti da parte delle forze dell’ordine (è anche vero, peraltro, che gli stessi strumenti consentirebbero forme di sorveglianza e identificazione dei manifestanti assolutamente impensabili nel 2001). Altrettanto vero, infine, che dopo le sentenze italiane e della Corte europea dei diritti dell’uomo, oltre alle modifiche legislative (sia pur incomplete) e organizzative degli anni successivi a Genova 2001, le forze dell’ordine agiscono in un contesto più controllato e in cui il rischio di responsabilità appare di maggiore consapevolezza. Ciò non significa che non possano verificarsi abusi, ma che una sequenza di eventi come Bolzaneto e Diaz avrebbe meno probabilità di ripetersi. Al netto di tutto, il G8 di Genova e quegli interrogativi irrisolti sulle zone d’ombra di una tragedia ancora oggi in attesa di una risposta che probabilmente non arriverà mai, lasciano intatto un tema imprescindibile, da cui si evince lo stato di salute di una democrazia: il modo in cui affronta il dissenso. Forse, per qualcuno, gestire il dissenso equivale anche a usarlo. Ma questa – rispetto alla democrazia – è tutta un’altra storia.

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