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Il primato di don Foradini, mezzo secolo in parrocchia: “Il mio riposo è fare del bene”

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TORINO. Il 26 maggio don Mario Foradini, il decano dei parroci torinesi, ha compiuto novant’anni. Ieri ha festeggiato i cinquant’anni nella chiesa di San Secondo a Torino, proprio alle spalle della stazione di Porta Nuova. Per una sede metropolitana è un record di permanenza: nelle diocesi principali come Torino, Milano o Napoli la periodica rotazione dei parroci è, infatti, una prassi alla quale derogare solo per meriti o situazioni particolari. «Ma io non ho fatto nulla – assicura don Foradini -, fu l’allora arcivescovo Cesare Nosiglia che 15 anni fa mi chiese di restare, in occasione del mio 75° compleanno. Continuerò a fare il parroco, certo. Non vedo perché dovrei smettere. Il mio riposo è fare del bene». Su una pergamena sono arrivati anche gli auguri di Papa Leone: «Un grande pontefice, perché è stato in missione e ha sofferto molto. Secondo me è il fratello dell’altro, e io Papa Francesco l’ho conosciuto personalmente. Un uomo straordinario, soprattutto per i suoi occhi: sembravano proprio gli occhi di Cristo».

Don Mario è un uomo che non ha cambiato le sue idee. Pensava che «Dio è felicità assoluta» già nel 1976, quando varcò per la prima volta il portone della canonica in via San Secondo 8. «Mi mandò il cardinale di Torino Michele Pellegrino, che mi conosceva bene perché avevo trascorso dodici anni nella parrocchia di Sant’Anna, in via Medici – ricorda -. Eravamo molto amici. Quando sono arrivato qui, ho saputo che prima di me c’era stato monsignor Pinardi, anche lui per cinquant’anni. In questo mezzo secolo ha cercato innanzitutto di portare avanti il loro esempio, di mettere in pratica le parole della Bibbia. Amare Dio con tutto il cuore, l’anima e le proprie forze. E amare il prossimo come se stessi».

Una città diversa, un quartiere difficile. «Tanta miseria. Bande per le strade che si picchiavano per niente. Il dilagare della droga, che fin dall’inizio ho combattuto con il mio amico don Luigi Ciotti, il fondatore del Gruppo Abele e di Libera. E poi una forte contrapposizione politica e ideologica che spesso sfociava nella violenza». Già, le piazze. Quelle della rabbia, degli scontri, dei lacrimogeni, delle devastazioni. «Ma rispetto ad allora è cambiato il contesto – ragiona don Foradini – e noi non lo abbiamo capito. I giovani di oggi sono soli, molto più che in passato. Non è che siano cattivi, sono abbandonati. E noi non abbiamo saputo riconoscere e affrontare adeguatamente le loro difficoltà. Sono avvelenati da ciò che li circonda, la digitalizzazione dei cellulari e dei social ha distrutto la libertà».

In tempi moderni così rapidi e complessi da essere difficili da interpretare, torna la più novecentesca delle domande: che fare? «Ci sono responsabilità politiche, sociali, umanitarie e familiari – avverte -. Non si può ridurre tutto a una questione individuale: bisogna interrogarsi su chi avrebbe dovuto intervenire e non lo ha fatto. Torino è una città intelligente, dove contano la scienza, la tecnica, il progresso e la fabbrica. Ma bisogna ricordarsi che prima di tutto viene l’amore. E bisogna però avere il coraggio di riconoscere quello che non va, senza essere conniventi».

In cinquant’anni a San Secondo don Foradini ha celebrato almeno 27 mila messe, «che per me è il momento più grande, perché è presenza, comunione e sacrificio del Signore». Molti meno i matrimoni, soprattutto negli ultimi anni. «Quando incontro una coppia di sposi, faccio sempre una domanda: “Ma voi l’amore dove lo prendete?”. Il problema è la non conoscenza che l’amore viene da Dio. Se non riceviamo l’amore di Dio, non possiamo amarci davvero. Ma in questi anni ho purtroppo visto crescere il grande male dell’ateismo. E mi spiace dirlo, l’ho visto soprattutto tra le ragazze a causa della teoria dell’aborto. Dicono: “Io ho il diritto di uccidere un bambino”. Una cosa terribile».

I giorni passati e le opere compiute: la casa alpina di Pragelato, che negli Anni 80 cercava di salvare i giovani dall’eroina, gli ospedali in Africa, l’Opera della Misericordia per i poveri, la Clinica della Memoria a Collegno per i malati di Alzheimer. Oggi, a novant’anni, resta il più ambizioso dei progetti: la Collina di tutti i popoli in strada Traforo del Pino, sulla collina di Torino: «Dobbiamo ristrutturare quella che era Città dei Ragazzi e realizzare al suo posto un centro capace di accogliere più di cento persone bisognose, tra cui madri in difficoltà ed ex carcerati. Non posso dire di aver fatto tutto da solo: è stata la Provvidenza a guidarmi e a insegnarmi una cosa: la persona che non soffre non capisce chi soffre. È anche questo, secondo me, uno dei problemi alla base della divisione che oggi esiste tra ricchi e poveri».

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