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Il pugno di ferro non può trasformare i giovani in nemici

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Il pugno di ferro del governo contro le piazze del nuovo spontaneismo sfasciatutto ha dato i suoi risultati: niente assalti alle vetrine, tafferugli modesti, molti fermi per il nuovo reato di “violenza organizzata in occasione di manifestazioni pubbliche”, l’arresto eccellente del presunto leader della mobilitazione social. Fanno impressione i dati di Milano: solo lì, 2.921 persone identificate, 171 trattenute con fermo preventivo, 44 denunciate. L’enorme apparato di sicurezza messo in campo ha funzionato e il centrodestra ha le sue ragioni per vantarsene, come ieri hanno fatto tanti suoi esponenti per tutta la giornata. Ma nel day after, al di là del trionfalismo per i rischi evitati, si impone la domanda da sempre legata alle prove di forza superate con successo: e adesso, che farne di questa vittoria?

I minorenni di origine straniera residenti in Italia, che qui studiano e spesso sono nati, sono circa un milione, una quota non irrilevante. Nell’arco degli ultimi vent’anni abbiamo fatto di tutto per farli sentire estranei e indesiderati. I loro genitori erano quelli che rubavano il lavoro agli italiani, intasavano servizi sociali, occupavano case popolari a discapito dei cittadini doc, colonizzavano il commercio con il loro kebab e le loro botteghe alimentari a basso costo, e ovviamente rubavano, stupravano, spacciavano. E loro, i figli, sono stati costantemente raccontati come alieni disturbanti da tenere a bada nelle scuole con specifici “tetti”, potenziali maranza che provocano – quante volte lo si è detto – la fuga dalle classi dei ragazzini italiani, perché con loro accanto è impossibile studiare e imparare.

È lungo un anno se vissuto così, come l’ha trascorso Torino con le sue piazze di rivolta. Arrabbiate, legittimamente partecipate, ma quasi sempre con la coda violenta. È raro che i numeri – freddi e decontestualizzati – riescano a scattare fotografie nitide. Nel caso di specie però a qualcosa servono. Se dicono – ad esempio – che negli ultimi 12 mesi (e quindi a partire dall’autunno 2025) sono finiti sul registro degli indagati 341 maggiorenni, (cui si aggiungono decine di minorenni), circa 25 misure cautelari tra carcere, arresti domiciliari, obblighi di firma e di dimora sono state decise dai giudici su richiesta dei pm guidati da Giovanni Bombardieri. Più di una dozzina le inchieste aperte.

Otto gli episodi in cui cortei, presidi, manifestazioni, marce sono terminate con un terzo tempo di botte, scontri e/o devastazioni. Magnitudo diverse, ma pur sempre tinte da cronaca nera. Accompagnate dal bollettino nato dalla somma dei singoli feriti tra manifestanti e forze dell’ordine: circa 400 se si tiene conto della guerriglia avvenuta in Valsusa la scorsa estate. L’ultima conta è di ieri e riguarda la manifestazione contro il carovita: sono state identificate 413 persone, 38 accompagnate in questura, 2 arrestate a cui viene contestata la resistenza a pubblico ufficiale, in un caso aggravata. Ancora: 25 manifestanti sono stati denunciati a vario titolo per istigazione a delinquere, inosservanza dei provvedimenti dell’autorità, travisamento e resistenza a pubblico ufficiale. L’indagine è della Digos della Questura guidata da Massimo Gambino.

Ciò che non si può negare e che attribuisce a Torino un tratto più identitario rispetto a tutte le altre piazze italiane è la complessità delle anime che si sono fuse in molte proteste nonché la presenza costante del cosiddetto network antagonista che ingloba l’ex centro sociale Askatasuna ma anche i collettivi universitari. E poi ci sono componenti del mondo anarchico, seconde generazioni, giovani delle periferie che hanno da tempo abbandonato finanche i percorsi scolastici.

In questo suk, nel quale le galassie di autonomia operaia spesso guidano, ma non governano più gli scontri anche per la diversità degli attori in campo, c’è il racconto di un unicum nazionale. Iniziato a ottobre 2025 con l’assalto alle Ogr con devastazione dei relativi arredi (fatti commessi da circa 150 persone quasi tutte a volto coperto), continuato con l’accerchiamento dello stabilimento del gigante dell’aerospazio Leonardo con tanto di distruzione delle auto di alcuni dipendenti. Era seguita l’invasione della pista dell’aeroporto di Caselle, per il blocco del raccordo di tangenziale che dal capoluogo conduce all’aeroporto Sandro Pertini e l’occupazione dei binari delle principali stazioni dei treni: Porta Nuova e Porta Susa. Ancora l’invasione della redazione de La Stampa, portata termine dalla costola di un corteo di antagonisti e liceali che transitava in via Nizza, in occasione dello sciopero generale del 28 novembre, conclusa con 18 richieste di misure cautelari e 43 denunciati a piede libero.

È seguito – dopo 33 anni di occupazione – lo sgombero del centro sociale portato a termine dalla polizia a pochi giorni da Natale. Un fatto contestatissimo dal quale gemmerà una manifestazione di protesta cui aderirono più di 30 mila persone. Corteo pacifico e colorato per chilometri, fino a quando, raggiunta la zona dello stabile di corso Regina Margherita, si è scatenata la guerriglia: 1500 tra antagonisti, anarchici stranieri (soprattutto francesi), in assetto paramilitare hanno ingaggiato uno scontro di due ore e mezzo con la polizia. Bilancio: 117 feriti e adesso 19 richieste di misura cautelare (carcere e domiciliari) per altrettante persone pendenti di fronte al gip. Ma le indagini sono ancora in corso e sono decine gli indagati anche d’Oltralpe. Che componenti straniere in massa siano intervenute nei disordini è un dato oggettivo, confermato dagli arresti – sempre della Digos – del luglio scorso in occasione dell’assalto ai cantieri Tav della Valsusa. Negli atti si tratteggia un’internazionale dei disordini di piazza giunta a Torino anche dall’Olanda e dalla Grecia «per bruciare le macchine della polizia».

E poi gli assalti incontrollati al centro cittadino dei giorni scorsi contestuali alle devastazioni di alcuni licei della città (ma anche della palestra di una scuola elementare) e ai negozi del centro, Feltrinelli compresa. Anche qui il parterre è vasto, le anime si fondono, Askatasuna è la miccia, ma la rabbia è trasversale a più galassie. Confusa tra lacrimogeni e slogan, non si scorge ancora una regia unica. Neanche a Torino.

Torino, vandalizzata la libreria Feltrinelli nella stazione di Porta Nuova

Lo stesso tipo di diabolizzazione, anche se con argomenti diversi, ha inchiodato i giovani italiani al bias dei bamboccioni perdigiorno, annidati fino a trent’anni a casa di mamma e papà, incapaci di rimboccarsi le maniche e di accettare la gavetta a basso reddito che consente di entrare nel mondo del lavoro. Gente che vuole studiare anziché fare l’idraulico o il muratore, e poi pretende pure di trovarsi un posto con le sue futili competenze universitarie. “Sicuramente l’Italia non soffrirà a non averli più tra i piedi”, disse dieci anni fa un ministro del Lavoro (Giuliano Poletti) commentando l’emigrazione all’estero di migliaia di laureati. Poi si corresse, ma l’animus di quella frase è rimasto nell’aria e ha generato un’assoluta ignavia verso la fuga di cervelli, braccia, persone, da un Paese che sembra non avere spazio per loro, oltreché un’alta intolleranza per chi vuole restare e rivendica un po’ di attenzione.

E adesso, che vogliamo farne di tutti costoro? Dopo aver “isolato i violenti”, come si usa dire nel linguaggio delle piazze, un’offerta va fatta, dovrebbe essere fatta. Ma al suo posto, ieri, abbiamo visto il contrario. Per tutta la giornata le dichiarazioni della maggioranza hanno avanzato un florilegio di sospetti che delegittimano del tutto le ragioni delle mobilitazioni, dalla possibile connection anarco-islamista all’azione manipolatrice di misteriose centrali straniere. Come se la protesta dei ragazzi non avesse motivi concreti, autentici, misurati in ogni statistica nazionale e in ogni confronto internazionale. Come se fossero, tutti, burattini legati a fili segreti o adolescenti in cerca di facili emozioni. Eppure, proprio l’esperienza storica vissuta dalla destra – quella del ghetto, con tutte le sue conseguenze; quella del complottismo permanente, con il suo portato di criminalizzazione – dovrebbe suggerire uno sguardo sulla questione giovani più largo e più sincero. Schiacciare nella categoria dei maranza eterodiretti oltre un milione di ragazzini significa dar ragione a chi dice: l’unica soluzione è remigrarli. Trattare da annoiato sfasciavetrine ogni studente che protesta vuol dire dar ragione a quelli che pensano: se scappano all’estero, meglio.

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