Come ha annunciato con soddisfazione per l’operato del proprio governo la presidente del consiglio, il decreto lavoro del 1°maggio è stato definitivamente trasformato in legge. Contiene una serie di incentivi per l’assunzione di giovani e donne svantaggiate, maggiorati se nelle aree svantaggiate, una regolamentazione un po’ più stringente del lavoro tramite piattaforma, norme sul, molto parziale (il 50% della variazione dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo, al netto dei beni energetici importati), adeguamento salariale automatico nei casi di contratti scaduti da nove mesi e non rinnovati.
Ma il provvedimento simbolicamente più importante è quello sul “salario giusto”, in esplicita contrapposizione al salario minimo legale a suo tempo proposto dall’opposizione unita e bocciato dalla maggioranza con la benedizione della presidente del consiglio. La differenza non è solo lessicale ed ha conseguenze inevitabili sul contrasto al lavoro povero.
Un salario minimo legale, infatti, identifica una soglia (9 euro lordi nell’indicazione dei proponenti) al di sotto della quale non si può andare, un criterio minimo di adeguatezza al dettato costituzionale secondo cui deve non solo proporzionato alla quantità e qualità del lavoro prestato, ma anche garantire una vita libera e dignitosa a sé e alla propria famiglia. Senza indebolire il potere contrattuale dei sindacati di negoziare condizioni migliori, costituisce, nei paesi in cui esiste, il punto di partenza da cui non si può prescindere.

La definizione di “salario giusto” contenuta nella legge invece prende come metro di riferimento, quindi di “giustizia”, il trattamento economico complessivo stabilito dai contratti nazionali di categoria definiti dai sindacati più rappresentativi. Ciò significa che il suo importo può variare a seconda della categoria e che le aziende possono essere incoraggiate a inquadrare i propri dipendenti (come in diversi casi succede già) in categorie che non corrispondono alle loro mansioni, ma hanno minimi contrattuali più bassi. Inoltre può essere ritenuto “giusto” anche un salario di 5 euro lordi all’ora là dove anche i maggiori sindacati sono deboli (ad esempio nei contratti Multiservizi), o dove prevalgono i cosiddetti contratti pirata. Ricordo che nel 2025 Istat stimava vi fosse 1 milione e 255 mila lavoratori dipendenti con una paga oraria inferiore a 8,9 euro lordi l’ora: il 10,7% degli impiegati nel settore pubblico e privato, in crescita rispetto al 9,8% del 2018. Le categorie più vulnerabili le donne, con il 12,2% delle lavoratrici sotto la soglia minima, i giovani under 29, dove quasi uno su quattro percepisce retribuzioni basse. Particolarmente esposti sono i lavoratori non qualificati e quelli con livelli di istruzione inferiori, con percentuali rispettivamente del 33,3% e del 18%.

Temo che l’approvazione di questa legge non modificherà la situazione della maggior parte di loro, anche perché la norma presenta un’altra debolezza. A differenza del salario minimo legale, la sua applicazione è lasciata alla decisione delle imprese. Costituisce un prerequisito necessario solo per quelle che vogliono accedere agli incentivi. Quelle non interessate, o per le quali il trade off tra incentivi e aumento dei salari per portarli al livello “giusto” per la categoria è svantaggioso, continueranno come prima, con buona pace della giustizia, quella vera, e del dettato costituzionale.
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