Tabellini: “L’Ai non è al capolinea, per le Borse è prematuro evocare la bolla dot-com”

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I mercati sussultano sull’AI. La presunta correzione dei titoli legati all’intelligenza artificiale scuote i listini e solleva interrogativi sulla tenuta dell’economia globale. Di fronte al nervosismo degli investitori, le banche centrali osservano le dinamiche di un comparto dai numeri vertiginosi. Guido Tabellini, professore di Economia all’Università Bocconi, offre una disamina pragmatica. «Le ragioni per pensare che sia una tecnologia con una domanda enorme ci sono tutte – spiega l’economista – ma i costi dell’uso cominciano a pesare in modo molto intenso sui bilanci delle imprese». La parola d’ordine resta la prudenza, lontana da facili allarmismi.

Siamo di fronte a una correzione strutturale dei mercati o assistiamo a un calo temporaneo?
«Non si ravvisa una caduta tale da giustificare il termine correzione. Lo scenario appare complesso, eppure emergono tre rischi. Primo: le valutazioni azionarie del settore tecnologico sono salite su livelli record in tempi ristretti; uno spazio per la discesa risulta fisiologico».

Secondo?
«L’incertezza sui rendimenti della rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Le grandi imprese riversano capitali immensi in un mercato dalla concorrenza spietata. I costi gravano in misura rilevante sui bilanci. Dinanzi a oneri elevati, subentra il pericolo di una flessione della domanda futura».

Infine?
«Il terzo fattore si concentra sull’inflazione e sulla politica monetaria americana. Se l’inflazione persistesse e la Federal Reserve innalzasse i tassi, il comparto subirebbe un colpo severo. Le valutazioni si fondano sull’aspettativa di utili futuri, un traguardo penalizzato dalla crescita del costo del denaro».

Le banche centrali hanno prospettato cali fino al 30% per le Borse. Possibile?
«Esistono ragioni solide per mantenere ottimismo. L’intelligenza artificiale genererà una domanda immensa, trasformando i processi produttivi in numerosi settori industriali degli Stati Uniti. I fondamenti per questa fiducia risultano concreti. A fronte dei rischi sui tassi e sui costi, delineare le esatte proporzioni di un calo sfugge alle capacità di previsione di chiunque».

Un investitore che può fare?
«La via maestra per tutelare i capitali coincide con la prudenza. Strutturare un portafoglio diversificato, privo di esposizioni eccessive ai soli titoli tecnologici, rimane la scelta razionale».

Le grandi aziende tech si finanziano a vicenda per l’intelligenza artificiale. Questa circolarità accresce la vulnerabilità del sistema?
«Il fenomeno impone una riflessione su una divergenza rispetto al passato. Negli anni scorsi, i colossi accumulavano profitti imponenti e vantavano riserve di cassa. Dinanzi a listini in flessione, utilizzavano la liquidità per riacquistare le proprie azioni. Questa pratica, il buyback, sosteneva le quotazioni».

E oggi?
«Lo scenario odierno evidenzia un mutamento. Le medesime aziende sono interconnesse da scambi azionari e destinano le risorse allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. La valvola di sfogo garantita dal riacquisto di azioni perderà efficacia, accentuando le ripercussioni in presenza di un ribasso».

Molti analisti propongono un parallelo tra l’euforia odierna e la bolla delle dot-com. Rileva analogie concrete?
«Le fasi di rivoluzione tecnologica portano episodi di euforia finanziaria. In questi contesti diviene complesso individuare le imprese destinate al successo, innescando l’emersione di aziende sopravvalutate. Il confronto con la bolla del Duemila evidenzia però differenze nette».

Ovvero?
«Gli eccessi odierni appaiono di entità inferiore e non riscontriamo il volume passato di compagnie prive di valore intrinseco. L’industria poggia su fondamenti economici superiori. Parliamo di colossi aziendali capaci di produrre ricavi reali e generare profitti concreti».

I piccoli risparmiatori partecipano in massa. Il loro coinvolgimento modifica le regole del mercato?
«Negli Stati Uniti il ruolo dei piccoli investitori ha assunto un peso decisivo, generando volumi di scambio imponenti. L’approccio di questi risparmiatori si discosta da quello istituzionale. Tendono a seguire le ondate emotive e i trend del momento, prestando scarsa attenzione all’analisi rigorosa dei bilanci. Quando la tendenza si inverte, questo comportamento accelera la discesa dei prezzi ed esaspera le fluttuazioni in corso».

Nel 2008 le banche vennero definite “too big to fail”. Ritiene esista un rischio sistemico per questi colossi della Silicon Valley?
«Le proporzioni di queste imprese tecnologiche risultano titaniche, eppure la loro architettura finanziaria non presenta le falle del settore bancario. Oggi c’è un’estrema solidità patrimoniale nelle società dell’AI, prive di modelli di crescita fondati sull’indebitamento».

Quindi?
«In assenza di debiti insostenibili, viene a mancare il pericolo di un collasso sistemico in grado di innescare reazioni a catena sull’economia globale. Sono realtà in grado di assorbire urti di Borsa».

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