Dopo aver ragionato, su queste pagine, di fiducia e della necessità per i media di tornare a essere rilevanti, vorrei chiudere questa riflessione con una domanda che riguarda soprattutto chi opera nel servizio pubblico: a cosa dobbiamo servire? È una domanda più importante di quanto possa sembrare. Perché mentre cambiano tecnologie, linguaggi e abitudini di consumo, rischiamo di discutere molto degli strumenti e troppo poco della funzione.
Il servizio pubblico non può essere definito soltanto dal possesso di reti, frequenze o canali. E neppure dalla sua storia. Deve essere riconosciuto per ciò che fa ogni giorno. Essere servizio pubblico significa innanzitutto garantire a tutti l’accesso a un’informazione autorevole e plurale. Significa raccontare anche ciò che non produce necessariamente grandi ascolti, ma possiede un valore civile, culturale o sociale. Significa raggiungere le persone e i territori che il mercato, da solo, potrebbe non avere interesse a raggiungere.
Ma oggi questo non basta più. Per continuare a essere centrale, il servizio pubblico deve avere il coraggio di cambiare. Non può chiedere ai cittadini di adattarsi ai propri modelli: deve essere capace di raggiungerli dove sono. In televisione, naturalmente, ma anche sulla radio, sulle piattaforme digitali, sui social, nei podcast e attraverso i linguaggi che verranno. La tecnologia cambia il modo di svolgere la missione. Non cambia la missione. Anzi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della moltiplicazione quasi infinita dei contenuti, alcune responsabilità diventano ancora più importanti. Verificare. Contestualizzare. Distinguere un fatto da un’opinione. Rendere comprensibile ciò che è complesso. Offrire punti di vista diversi senza trasformare il pluralismo in una somma di contrapposizioni.
C’è poi una responsabilità che considero decisiva: tenere insieme. Viviamo in società nelle quali ciascuno può costruire il proprio universo informativo, frequentare soltanto chi pensa allo stesso modo e ricevere contenuti selezionati sulla base delle proprie preferenze. È una straordinaria possibilità di scelta, ma porta con sé anche il rischio della frammentazione.
Un servizio pubblico deve continuare a creare luoghi comuni nel senso più nobile dell’espressione: spazi nei quali un Paese possa riconoscersi, discutere, emozionarsi e anche dividersi, ma partendo da una realtà condivisa. È questa funzione che rende ancora essenziali i grandi eventi, la cultura, lo sport, l’informazione, il racconto delle istituzioni e dei territori. Non perché debbano appartenere a un solo mezzo, ma perché costruiscono memoria collettiva.
E proprio i territori rappresentano una delle grandi opportunità del futuro. Essere internazionali non significa diventare indistinti. Al contrario, più cresce la dimensione globale della comunicazione, più diventa preziosa la capacità di raccontare identità riconoscibili. Ho imparato che anche un servizio pubblico di dimensioni contenute può avere una voce internazionale, se possiede idee, professionalità, tecnologia e capacità di costruire relazioni. La dimensione non determina necessariamente la rilevanza.
La sfida, allora, non è conservare il servizio pubblico così come lo abbiamo conosciuto. È renderlo nuovamente indispensabile alle generazioni che verranno. Questo richiede innovazione, certamente. Ma richiede soprattutto persone. Giornalisti capaci di verificare, autori capaci di immaginare, tecnici capaci di innovare, dirigenti capaci di scegliere. La tecnologia può moltiplicare le nostre possibilità; non può assumersi la nostra responsabilità.
Dopo tanti anni trascorsi nel servizio pubblico, credo che il punto sia proprio questo. Possiamo cambiare reti, piattaforme, tecnologie e linguaggi. Possiamo ripensare organizzazioni e modelli industriali. E dobbiamo farlo. Ma c’è qualcosa che non possiamo delegare a nessun algoritmo: la responsabilità di scegliere quale società vogliamo contribuire a raccontare e a costruire.
È lì che il servizio pubblico continuerà a trovare la propria ragione di esistere.
*Direttore generale San Marino RTV, già ad e direttore generale Rai
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