SAINT DENIS. Se in Francia ci sarà la rivoluzione di Mélenchon, è qui a Saint-Denis che bisogna venire. Se invece vincerà Marine Le Pen è sempre di qui che bisognerà passare. L’ufficio di Bally Bagayoko è diventato simbolicamente il rond point del momento. È un ufficio ampio e luminoso, dove Monsieur le maire, il primo sindaco nero di una grande città (150 mila abitanti alle porte di Parigi) accogliendomi, annuncia subito: «Io oggi sarò alla manifestazione». Non sono i capziosi distinguo ministeriali sull’ordine pubblico a fermare uno come Bally. È diventato il volto adulto della rivolta dei liceali. La sua foto con le braccia larghe per separare i ragazzi dalla polizia, è andata sui giornali di tutto il mondo. «L’uomo in grigio è la faccia della protesta giovanile», ha scritto il New York Times.
Sindaco modello o sindaco provocatore? Nella Francia di oggi non ci sono mezze misure. Una frase in particolare ha piombato Bagayoko. Ed è la seguente: «La violence, à un moment donné, peut être légitime, mais c’est mieux de l’éviter». Nella trasmissione mediatica è rimasta naturalmente solo «la violenza è legittima» che è tuttora il refrain anti France Insoumise, col movimento di Jean-Luc Mélanchon di cui Bagayoko è oggi il personaggio più divisivo, ma anche il più rappresentativo.
Gli chiediamo subito se conferma quella frase. E lui non è certo uno che se tira indietro. Conferma, ma insiste sul fatto che va evitata e che «si vince solo con il voto». E lui, loro, gli Insoumis, Jean-Luc Mélenchon, questo vecchio (75 anni) capopopolo trotzkista poi socialista, poi fondatore di un movimento “gazeus” (gassoso), senza strutture né il peso della democrazia interna, sono convinti di vincere. Un Robespierre redivivo, un ammiratore dichiarato di Luigi XI, detto “l’Astuto”, lo spietato diplomatico che conquistò la Borgogna dopo la Guerra dei Cent’anni (1470, circa). I giornalisti Charlotte Belaïch e Olivier Perou, autori di una circostanziata inchiesta sul leader e il suo movimento (La Meute, la muta), assicurano che Mélenchon ha un’ambizione monarchica e in privato nemmeno la nasconde.
Ma Bally Bagayoko si occupa di ben altro. Ha 53 anni, è nato a Levallois-Perret nella regione parigina da genitori originari di un villaggio sulla riva del Niger. Operai, famiglia «numerosa e felice»(lui è il secondo di otto figli) cresciuta nella sicurezza del generoso welfare della République, come ricorda con orgoglio lo stesso Bally. A 15 anni era commesso al mercato di Saint-Denis, ma ha studiato, fino ad un master su “scienza e tecnica” delle banlieue impegnandosi intanto in una frenetica militanza di attivista nelle associazioni dei quartieri a cominciare dalla storica S.O.S Racisme. Eletto al primo turno nel marzo scorso, è diventato il simbolo di una nuova generazione. E subito lo zimbello di sfrenati commentatori di estrema destra sulla CnNews tv del gruppo Bolloré dove è stato accostato alle «grandi scimmie», rappresentante di «tribù primitive» ed esemplare di «maschio dominante».
Il suo programma era naturalmente radicale: disarmo della polizia municipale, controllo degli affitti, cinquanta per cento di abitazioni pubbliche, una mutua comunale a tariffe ridotte, kit scolastici gratuiti per le elementari, bicicletta gratuita ai ragazzi delle medie, officine solidali per la riparazione delle auto… Bagayoko è seduto su una polveriera sociale: a Saint-Denis la povertà è doppia rispetto al resto della Francia, un terzo sono di origini immigrate.
A tu per tu, è una persona elegante, molto gentile e dice che naturalmente la protesta dei ragazzi del liceo Paul Éluard è sacrosanta. Mancano insegnanti di matematica e scienze, molte aule sono cadenti, sono in corso lavori di restauro rumorosi durante le lezioni e «dal governo o dalle autorità non sono arrivate risposte concrete: solo polizia, lacrimogeni, granate… La violenza viene dallo Stato».
In materia di democrazia, Bagayoko ha le sue convinzioni, anch’esse piuttosto nette. Aveva detto che se vincesse l’estrema destra non sarebbe una vittoria del popolo. Obiettiamo che esiste anche un popolo di destra e lui insiste: «Solo un popolo ingannato può votare per l’estrema destra». Gli Insoumis non hanno paura a usare la parola “rivoluzione” aggiungendo “citoyenne” (cittadina o meglio di cittadinanza) secondo l’elaborazione teorica prodotta dal think tank del movimento. Bagayoko la spiega come una rivoluzione che sale dalla strada, dalle manifestazioni dunque. Ma se poi finiscono come sabato scorso con devastazioni e saccheggi? Nessuno accusa la France Insoumise di averle organizzate, ma di averle favorite, aver creato il clima in cui potevano succedere. Un clima «insurrezionale» senza mai aver condannato la violenza, come ha detto il primo ministro Sébastien Lecornu: a Parigi, Lione, Limoges dov’è andato a fuoco il municipio ed è crollata l’ottocentesca torre dell’orologio.
La capitale è oggi una città attraversata a ogni ora da colonne di furgoni della polizia, le sirene scandiscono il traffico. Jean-Luc Mélenchon cresce nei sondaggi al pari di Marine Le Pen, al momento il surreale ballottaggio tra i due estremismi è lo scenario più probabile. I francesi dovranno scegliere tra “due fascismi”, come si vede sulla copertina di un mensile? Mélenchon gode in realtà anche di insospettabili estimatori, come Alain Minc, noto economista e consulente di finanza, che dice di lui: «È il più sperimentato, colto, intelligente, abile, il suo programma economico è una serie di bottiglie molotov collocate nei punti strategici del sistema» E allora, in caso di ballottaggio con Le Pen? «Voterò bianco». E non sarà il solo.
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