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La 17enne di Torino: “Mi chiamavano maranza. Oggi ho lasciato la rabbia indietro”

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«Io, l’unico sentimento che posso descrivere, è la rabbia. Più mi davano della maranza, più io diventavo una maranza. Maleducata, arrabbiata». Malak Sahili ha 17 anni e un accento romano acquisito chissà dove, a colorire un italiano perfetto. Ricco, forbito, spietato: «La maestra delle elementari pensava che i miei fossero laureati. Che ridere – dice -. Mio padre ci ha abbandonato, non ne so più nulla. Mia madre la nostra lingua la sa, con la sua inflessione. In casa si è sempre parlato solo marocchino».

Rabbia, rabbia, rabbia. Manifesto di una generazione, dicono le cronache. Lei ricorda questo sentimento della sua ex vita di sbandamento ed aggressività, discriminata da figlia di immigrati nella realtà di tutti i giorni del suo quartiere, Aurora, a Torino. Tanto che ha cominciato anche ad inventarsi un papà italiano, per poter rivendicare come altri compagni di scuola una fantomatica origine famigliare “mista” e magari guadagnare qualche punto in più nella scala sociale: «Tanto chi mi poteva smentire? Sai… quando sei piccola, ovunque ti fanno notare che sei diversa, straniera, che sei scuretta, non ero neanche tanto carina da giovane», spiega, ricordando con amarezza i tempi difficili di 5 anni fa. «Sembra incredibile nella Torino di oggi, ma è così», aggiunge. E racconta di quante volte le guardie giurate l’hanno seguita con gli amichetti nei supermercati, per controllare i loro movimenti.

«Mi vedi?», indica. «Sono la persona meno pericolosa sulla faccia della terra». Eppure, dopo la separazione dei genitori e il trasferimento della famiglia da un quartiere periferico ad un altro, da Madonna di Campagna ad Aurora, all’età di 8 anni, il suo piccolo mondo fatto di parchetto multiculturale («dove ho imparato l’italiano giocando») e inclusione senza troppi sforzi è iniziato a crollare. Tutto è nato a scuola, incredibilmente. «Un docente mi aveva preso di mira. Per raccontare il fenomeno, mi ha indicato con la mano e mi ha detto: vedete, tipo Malak no, una “maranzina”, ecco chi sono i maranza. Ero fragile, nessuno mi ha difeso. Ed io mi sono sentita catapultata in una categoria brutta, violenta. Da lì in poi, mi sono comportata così».

La mamma di Malak lavora nel mondo dell’assistenza domiciliare, dai bambini agli anziani. Ha dovuto fare gli straordinari, per mantenere lei e il fratello minore. «Mi ha sempre insegnato a sopportare. Se non avessi avuto il suo esempio, con quel che ho vissuto, sarei sbandata di brutto». Quando è arrivata alle medie, Malak ha iniziato a odiare la scuola, ma anche la casa. La seconda era l’identità, l’origine, ma «vedevo insegnanti che non capivano perché la mia famiglia non poteva essere presente ai consigli di classe». E poi c’erano le gite: «Sai a quante ho rinunciato perché non volevo chiedere i soldi?», spiega.

Con la scuola, invece, era cresciuta una grande frattura. «Prima sono diventata molto aggressiva in classe, non ne vado fiera», racconta. Poi, ha cominciato a frequentare le lezioni solo quando aveva voglia. «Ho perso mesi e mesi – spiega -. Passavo le giornate ai parchetti, a girare per il quartiere. Uscivo con chiunque». Si vestiva solo di nero, se era di buonumore di grigio. «Andavo su Pinterest e cercavo “Abbigliamento da maranza”». Tute, scarpe da ginnastica costose. Ero maranza? Lo dovevo fare bene. Stavo diventando qualcuno che disprezzavo moltissimo». Una storia che si è replicata anche con suo fratello.

La svolta è arrivata quando i servizi sociali l’hanno inserita in un progetto di inclusione al Cecchi Point, un presidio socioeducativo di quartiere che fa un importante lavoro di aggregazione di giovani e giovanissimi. Lì, ha conosciuto i programmi di Save the Children, di cui oggi è attivista: «Mi hanno visto con occhi diversi, molto meglio di una teppista qualunque. Lì ho deciso di dedicare la mia adolescenza a raccogliere i problemi dei miei coetanei». Malak oggi frequenta l’Istituto tecnico a indirizzo Economico Russell Moro di Torino. Ha partecipato alle manifestazioni anti-governo, per la scuola e contro il carovita, delle scorse settimane. Suona la sveglia a chi non vuol capire: «La violenza è sempre più giovane? Ho visto bimbi di 11 anni parlare di Isee, 730, anziché di giochi e videogiochi. Non dev’essere un loro problema l’economia famigliare, ma la famiglia non arriva a fine mese».

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