Incalzato dall’aumento della pressione fiscale, certificata dall’Istat al 43,5% nel secondo trimestre del 2026 e dal potere d’acquisto delle famiglie ulteriormente rosicchiato dal caro carburante, il governo ha puntato a dare un segnale. E, dopo settimane di travaglio per le coperture difficili da trovare, il taglio delle tasse al ceto medio nella Legge di bilancio 2027 ha preso forma in versione light.
Si tratta, come noto, del terzo intervento. Dopo l’accorpamento dei primi due scaglioni (che ha portato un’unica aliquota al 23% sui redditi fino a 28 mila euro annui), è stata ridotta al 33% l’aliquota sui redditi fino a 50 mila. Ma estendere lo stesso beneficio ai redditi fino a 60 mila euro annui, come nella prima ipotesi, sarebbe costato circa 2,7 miliardi di euro. Troppo, visti i tempi magri.
Portare il secondo scaglione Irpef fino a 55 mila euro di reddito, invece, richiederà intorno a 1,2 miliardi. La platea potenziale dei beneficiari è stimata, secondo i dati del Mef, in almeno 603 mila contribuenti (tanti quelli che si trovano nella fascia di reddito fra i 50 mila e i 55 mila) ma i vantaggi si estendono fino a 3,28 milioni di italiani che dichiarano redditi superiori a 50 mila euro annui.
Di questi, 1,9 milioni sono dipendenti (il 7,85% del totale lavoratori) mentre 1,15 milioni pensionati (pari al 7,91% del totale pensionati). Quale il risparmio? Secondo le prime elaborazioni, l’estensione del secondo scaglione Irpef a 55 mila euro di imponibile fiscale lordo regala un alleggerimento fiscale fino a massimo 500 euro annui. Il beneficio cresce progressivamente per i contribuenti con redditi imponibili superiori a 50 mila euro. E raggiunge l’apice per chi ha un imponibile fiscale, al netto degli oneri previdenziali deducibili, intorno ai 55 mila euro annui. Dunque, una retribuzione annua lorda indicativamente superiore a 60 mila euro.
La simulazione del Servizio politiche fiscali della Uil – prima di detrazioni e deduzioni, al netto delle addizionali regionali e comunali e lasciando invariato ogni altro parametro – stima un guadagno nullo fino a 50 mila euro annui (le aliquote ordinarie restano il 23% fino a 28 mila euro, il 33% sulla quota oltre 28 mila e fino a 50 mila). Un giovane cuoco dipendente di un ristorante con un reddito imponibile annuo di 32 mila euro, per esempio, oggi versa un importo di Irpef pari a 7.760 euro e, nel 2027, non avrà alcun beneficio. Lo stesso vale per un funzionario che ne guadagna 40 mila e continuerà a vedersi applicate le stesse due aliquote progressive.
Su un reddito di 51 mila euro, invece, la quota di imponibile fiscale lorda interessata dall’intervento è pari a mille euro con un beneficio fiscale di 100 euro annui. Mentre un impiegato di un’azienda informatica con 53 mila euro di reddito annuo passerà a versare dai 14.990 euro odierni a 14.690 euro: sforbiciata di 300 euro. Procedendo via via fino alla soglia massima, si arriva a una quota di imponibile fiscale lorda pari a 5 mila euro (10% della quota eccedente i 55 mila euro), che vale un beneficio fiscale massimo di 500 euro all’anno.

Tradotto in busta paga, su tredici mensilità, il risparmio netto è di 7,7 euro al mese nella fascia fino a 51 mila euro annui, 23,10 euro per chi ha un reddito di 53 mila euro e tocca il massimo di 38,50 euro per quanti si trovano nella fascia dei 55 mila euro (su dodici mensilità, il guadagno maggiore sfiora i 42 euro al mese). Sui redditi imponibili annuali superiori, invece, si stima un vantaggio invariato perché la parte eccedente continua a essere tassata al 43%. Quindi, il risparmio non aumenta per chi guadagna 80 mila euro o più ma rimane a 500 euro. Nella manovra precedente, peraltro, la riduzione della seconda aliquota dal 35% al 33% fu sterilizzata oltre i 200 mila euro di reddito attraverso la riduzione sulle detrazioni (440 euro). Ma bisognerà vedere se sarà replicata.

Critica la Cgil che punta il dito sull’estensione, nella stessa manovra, della flat tax per le partite Iva (da 85 mila euro a 100 mila euro). «Un professionista benestante con un reddito lordo da 100 mila euro pagherà, nel 2027, 8.658 euro di Irpef. Un lavoratore dipendente con un reddito da 51 mila euro lordi, invece, ne pagherà 14.030: pur percependo la metà, avrà un’imposta quasi doppia», sottolinea in una nota il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari. «Il primo risparmierà circa 10 mila euro all’anno, il secondo 100 euro all’anno. Inoltre, l’autonomo sarà completamente esentato dal pagare le addizionali locali, il dipendente continuerà a pagare in media 1.428 euro per finanziare i servizi pubblici regionali e comunali». Insomma, l’effetto sul regime forfettario risulta molto più generoso rispetto a quanto ottenuto dai lavoratori dipendenti con l’abbattimento dell’aliquota Irpef.
Preoccupata dalle ricadute sui pensionati, invece, la Cisl per la quale “il costo del positivo intervento di estensione dell’aliquota Irpef del 33% sui redditi fino a 55 mila euro non può essere fatto pagare, neppure parzialmente, a questi”. «Le nuove regole di indicizzazione delle pensioni che emergono dalle anticipazioni sulla manovra di bilancio colpiscono il ceto medio dei pensionati a cui sono già state richieste continue strette», rimarca la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola. «Tagliare la perequazione sui trattamenti superiori a quattro volte il minimo significa chiedere un ulteriore sacrificio a quanti hanno pensioni lorde di poco superiori a 3 mila euro e negli anni hanno già subito una perdita del potere d’acquisto. Su questo, chiediamo una modifica delle misure», chiosa la leader della Cisl.
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