TURMUS AYYA (CISGIORDANIA). «Due anni fa ho votato per Donald Trump perché credevo avrebbe portato la pace ma adesso che lo vedo sostenere anche economicamente Netanyahu mi sento uno sciocco, con le tasse che verso a New York finanzio gli aiuti al governo israeliano». È un’ammissione che pesa quella di Azem Jbra. Trentadue anni, tre figli, mezza vita nel Queens, dov’è nato, e l’altra mezza ad attraversare l’oceano per vistare la mamma a Turmus Ayya, tremila anime in una vallata di alberi di cachi e ulivi secolari a mezz’ora di macchina da Ramallah su cui dal 1978 incombe l’insediamento ebraico di Shilo. Da lì, grembo ideologico e logistico, i nuovi coloni, i cosiddetti “giovani delle colline”, si sono moltiplicati negli ultimi tre anni piazzando gli outpost, grappoli di caravan bianchi e tende, sempre più a ridosso delle case su cui sventola la bandiera a stelle e strisce, sempre più minacciosi, sempre più spavaldi della protezione del ministro della sicurezza Itamar Ben-Gvir. Secondo l’ong israeliana Yesh Din negli ultimi dieci mesi questa zona ha subito una media senza precedenti di 6,6 attacchi al giorno, 272 solo a ottobre contro la raccolta delle olive, il 62,6% all’interno delle Aree A e B, quelle teoricamente sotto il controllo amministrativo palestinese.
Mentre Israele cerca la luce in fondo al tunnel del voto più divisivo della storia, la Cisgiordania è al buio, oscurata da una campagna elettorale totalmente dedicata ad altro.
«Tirano sassi alle finestre, danno fuoco alle automobili con molotov di fortuna, non hanno paura di avvicinarsi neppure ora che abbiamo cominciato a denunciarli al consolato americano di Gerusalemme» continua Azem. Qui, nell’auto-battezzatasi “periferia orientale di Washington DC”, dove il 90% degli abitanti ha il passaporto americano in virtù di una emigrazione risalente agli anni ’60, molti si aspetterebbero un trattamento se non proprio di favore almeno fair, quello che hanno chiesto all’ambasciatore Mike Huckabee quando a settembre, dopo l’ennesimo raid dei coloni, l’apice di una escalation cominciata con la morte del quattordicenne palestinese-americano Amer Rabea, è venuto a portare solidarietà. Invano, dicono tutti.
«Appena se n’è andato Huckabee sono tornati a provocare» racconta Awad Abu Samra indicando gli oltre 1400 ettari di ulivi con quel che resta dei 15 mila alberi sradicati. Intorno si stagliano le ville di chi ha fatto fortuna negli States, l’imprenditore Fares Rabia, il commerciante di mobili Nidal Suleiman, l’ex orefice in pensione Sami Jumah, tutte bianche, tutte sontuose, tutte sormontate da quel vessillo di teorica libertà che sperano possa proteggerli almeno un po’.
Awad Abu Samra, elegante cappello stile afgano e gilet multitasche da reporter, è membro del consiglio comunale, ha 60 anni e dieci figli di cui tre nella Grande Mela dove gestiscono una gastronomia nel New Jersey, “Al quds falafel”. Versa il té nella grande cucina-living con elettrodomestici di ultimo modello, hometheatre, tappeti, divani con il recliner elettrico. Nel cortile il giovane Walid ripara il buggy, il fuoristrada scoperto, di un amico venuto da Jenin. Awad monitora le proprietà di chi torna solo nei mesi estivi e rischia di trovare brutte sorprese, come il neurologo Hassan Zatar, la cui casa con portico e colonnati è stata occupata a lungo dai militari israeliani incaricati di tenere d’occhio i coloni: «Quando vivi qui non c’è nessuna elezione israeliana che possa interessarti, chiunque vinca, Netanyahu o Eisenkot, per noi non cambierà nulla, non è mai cambiato nula. E l’America, bé siamo emotivi e tendiamo ad entusiasmarci subito per chi promette la pace. . .».
Per le strade di Turmus Ayya, profumate di olio densissimo e zatar, s’incontra il mondo. Check-point in entrata permettendo, pacifisti israeliani e attivisti internazionali si alternano per scortare gli agricoltori palestinesi nella sempre più estrema raccolta delle olive, il business locale alimentato, oltre che dalle rimesse, dall’export negli Stati Uniti. I “giovani delle colline” sono spesso coetanei, animati da un fervore analogo ma di segno diametralmente opposto.
«I nuovi coloni sono giovanissimi, alcuni hanno 13 o 14 anni, ragazzini che dovrebbero stare a scuola» argomenta l’avvocato Yaser Alkam, 58 anni, 3 figli e una carriera legale costruita in California prima di tornare alle origini quattro anni fa, sognando il buen retiro. È la cinghia di trasmissione tra la comunità e il diritto ma anche il termometro della tensione: «Ho alcuni ettari a cui non posso più accedere, l’ultima volta è stata nel 2023, poco dopo quel 7 ottobre di cui gli israeliani di cui hanno approfittato per colpirci. I coloni mi circondarono e i militari, chiamati da loro, mi dissero di andarmene chiudendomi in macchina perché non potevano proteggermi, C’era un adolescente, si è fermato quando ha sentito il mio accento, era californiano anche lui, gli ho detto che solo in Palestina due americano non si aiutano reciprocamente ma si fronteggiano, poi però l’ho perso». Anche Alkam – risponde pronto, aspettandosi la domanda – ha votato per Trump nel 2023: «Molti di noi si sono fidati, non sapevamo come si sarebbe comportato ma ne avevamo tutti abbastanza di Obama, troppo schierato con Israele». Curiosamente, nessun presidente americano è stato mai tanto detestato a Gerusalemme come Barak Hussein Obama, ma qui oggi la storia conta molto meno della cronaca e mentre cala la sera, le luci si accendono dietro le finestre, il muezzin chiama alla preghiera e le bandiere, palestinese e americana, proiettano ombre come fantasmi.
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