Buio pesto. Nemmeno uno straccio d’alibi. La Juventus affonda a Marassi tradita da difetti sconcertanti: è sconclusionata nel gioco, molle, povera di idee, senza un campione che possa sopperire alla manovra lacunosa e alla confusione tattica. Lecce era stata un’illusione, il modulo rivisitato non ha aggiunto equilibrio né vivacità, così sboccia un’altra sconfitta che lascia tracce pesantissime in classifica: Inter e Lazio, appaiate in cima, distano già 11 punti e il Como, che segna il confine Champions, è a +6.
Spalletti finisce sulla graticola perché un antico malcostume del calcio pretende il sacrificio del tecnico quando tutto crolla, ma è innegabile che nel caso non sia capro espiatorio, ma primo responsabile di una crisi già evidente nella passata stagione, chiusa mancando l’obiettivo minimo del quarto posto costato prestigio e soprattutto milioni. Non ha saputo imprimere una svolta, scovare una soluzione, nemmeno incollare un paio di cerotti ed è gravissimo nonostante onestà imponga di sottolineare i limiti di qualità dell’organico: oltre cento milioni investiti per ritrovarsi con ruoli chiave scoperti, ronzini pagati come purosangue e purosangue che rendono come ronzini, un monte ingaggi faraonico per trovarsi accanto al Frosinone che stasera potrebbe perfino allungare.
Il punto è che il Frosinone ha un’organizzazione e un’anima, ha un tecnico che allena anziché filosofeggiare e non ha un leader che si permette di accusare i compagni. Ora è troppo. Ma forse non troppo tardi. E tocca ai dirigenti, gli ennesimi arruolati in coda a un ciclo amarissimo, alzare la voce e trovare il coraggio: di andare avanti difendendo l’indifendibile (ce ne vuole) o di cambiare. Ce ne vuole ancora di più, ma a volte è necessario.
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