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La casa esplosa per una fuga di gas: a venti mesi dal disastro (con una vittima) nessun risarcimento

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A venti mesi dall’esplosione che distrusse la casa in cui vivevano a Martiniana Po, Alberto Barra e la sua famiglia non hanno ancora visto l’ombra di un risarcimento. La palazzina sventrata si trova ancora lì, in via Roma, con i muri distrutti e l’interno carbonizzato. Per le due persone rinviate a giudizio, i due idraulici, venerdì 16 si sono aperte le porte del tribunale di Cuneo. Durante l’udienza preliminare davanti alla giudice Cristiana Gaveglio, la loro legale, ha preannunciato la richiesta di patteggiamento, una procedura con cui gli imputati accettano l’applicazione della pena prevista per il reato di cui sono accusati, ma evitano lo svolgimento del processo. La giudice si è riservata del tempo per valutare la richiesta. È già stata formalizzata invece la richiesta dell’avvocato Chiaffredo Peirone, che insieme a Pietro Peirone tutela gli interessi della famiglia Barra, di citare in giudizio i rappresentanti legali della società torinese GDL Spa.

Il 12 febbraio 2025, intorno alle 19, una forte esplosione devastò una palazzina di due piani causando la morte di Fabrizio Aimo Boot, 57 anni, e il ferimento di tre donne, tra cui una ragazzina di 15 anni. Le indagini condotte dal procuratore aggiunto di Cuneo, Ciro Santoriello hanno stabilito che a causare l’incidente fu una fuga di gas determinata da errori nell’installazione di una caldaia, appena poche ore prima, da parte dei due tecnici. A incaricare i due era stata la GDL Spa, società che si occupa tra le altre cose di «soluzioni per il comfort e l’efficienza energetica», con la quale la famiglia Barra aveva firmato un contratto. Ecco il perché della richiesta di citazione della società da parte degli avvocati della famiglia. Secondo l’avvocato Peirone, la responsabilità dell’operato dei tecnici deve ricadere sulla società che li ha incaricati. Commenta Peirone: «Dalle indagini è emerso che la polizza assicurativa dei due tecnici non era stata rinnovata». Ecco perché a quasi due anni dal fatto nessuno è stato risarcito.

Oltre alla famiglia Barra, sono state ammesse come parte civile Susanna Barra, la società Sorim sas di Rifreddo, proprietaria della palazzina e i proprietari dell’immobile adiacente, anch’esso danneggiato dall’esplosione.


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