Se l’Universo è vastissimo e ci sono centinaia di miliardi di stelle, allora perché la vita dovrebbe essersi sviluppata solo nell’angolo infinitesimale che è il nostro pianeta? All’inizio dell’era spaziale l’ottimismo degli scienziati era palpabile, ma agli innumerevoli tentativi di intercettare vita intelligente lo Spazio ha risposto con un assordante silenzio. «Dove sono tutti? » si chiedeva Fermi nel 1950 e fermi lo siamo ancora a quella domanda. Amedeo Balbi insegna Astrofisica e Astronomia all’Università Tor Vergata di Roma ed è un seguitissimo divulgatore social: nel libro “Il silenzio degli spazi infiniti. La nostra solitudine cosmica e il destino delle civiltà” prova a suggerire che quel silenzio in realtà ci stia parlando. E potrebbe essere un monito a rimettere in discussione il nostro modello di sviluppo.
Partiamo dagli alieni: è ovvio che esistano altre forme di vita?
«Non lo è affatto e non sappiamo quale sia la probabilità che la vita emerga. L’intuizione spesso ci inganna: esistono eventi estremamente improbabili che accadono, e fenomeni che riteniamo eccezionali che invece sono quasi inevitabili. Nel caso dell’origine della vita non sappiamo ancora in quale categoria rientri».
La convinzione che non ci sia nulla di speciale nella Terra discende dalla rivoluzione di Copernico: ma lei scrive che quella che sembra umiltà cela invece una forma di presunzione. Perché?
«Il principio copernicano ci insegna correttamente che non siamo al centro dell’universo. Però da questo non discende automaticamente che siamo comuni in senso statistico. In realtà sappiamo che gran parte della nostra storia evolutiva è frutto di eventi casuali. Se 66 milioni di anni fa non fosse avvenuta l’estinzione di massa causata dall’impatto di un asteroide, probabilmente non saremmo qui e ci sarebbero i discendenti dei dinosauri. Inoltre, degli oltre seimila pianeti extrasolari scoperti finora, quelli classificati come “terrestri” rappresentano solo una piccola frazione, circa il 5%. E anche tra i pianeti simili alla Terra non tutti sono abitabili».
Nel libro indaga tre possibili spiegazioni del silenzio cosmico: la prima è che non esistano altre civiltà tecnologiche, la seconda è che siano rarissime. La terza è inquietante: magari esistono, ma non durano abbastanza a lungo: perché?
«Le informazioni sulla terra ci arrivano attraverso la luce, che viaggia a 300 mila km al secondo. Per questo quando guardiamo l’Universo vediamo il passato. Ma le distanze cosmiche sono talmente grandi che possiamo sperare di individuare altre civiltà solo se lasciano tracce durature nel tempo. Se una civiltà resta tecnologicamente attiva per pochi secoli, è come un falò acceso per qualche minuto in un deserto immenso: è facilissimo non accorgersene. Se nell’Universo esistessero milioni di civiltà tecnologiche, il fatto di non osservarne nessuna potrebbe significare che tendono a scomparire rapidamente. È l’idea del “grande filtro” : un ostacolo che diventa difficile o impossibile superare raggiunto un certo livello di sviluppo».
Quindi il silenzio cosmico ci dice che siamo condannati a sparire?
«Esiste anche una lettura più ottimistica. Forse le civiltà longeve esistono, ma imparano a diventare meno visibili. La nostra civiltà è estremamente energivora e lo diventa sempre più con lo sviluppo tecnologico, si pensi al dibattito sul consumo dei data center connessi all’Ai. Forse, per durare a lungo, è necessario imboccare una strada diversa».
L’Universo ci sta dicendo che la risposta è la decrescita?
«Non sto proponendo la decrescita come soluzione. Quello che sappiamo è che le crescite esponenziali non possono durare indefinitamente in un ambiente finito. Questo è un dato fisico e matematico. Quale sia il modello sostenibile non lo so: potrebbe essere una crescita molto più lenta, o una crescita zero. Ma è una decisione che l’umanità dovrà prendere sulla base dei dati e non delle illusioni».
Ma trovare nuovi pianeti abitabili e raggiungerli diventerà un’esigenza per sopravvivere: il sole morirà tra 5 miliardi di anni e già tra un miliardo (se non la distruggiamo prima) la Terra non sarà più abitabile. Come si concilia quest’esigenza con un rallentamento dello sviluppo?
«Parliamo di tempi enormi. Nessuna specie vivente sulla Terra dura così a lungo: le specie si estinguono o evolvono in qualcos’altro. Credo che dobbiamo fare i conti con la finitezza, così come li facciamo a livello individuale, è necessario farli a livello collettivo. Ma questo non significa rinunciare al futuro, ma cercare di vivere il meglio e il più a lungo possibile su questo pianeta, distribuendo meglio il benessere e ripensando il nostro rapporto con l’ambiente. Non è inevitabile che il futuro coincida con la conquista della galassia o con una sorta di onnipotenza tecnologica. Potrebbe semplicemente consistere nel vivere bene finché ne avremo la possibilità».
Nel libro si dà conto della posizione dei tecno-ottimisti tra cui Carl Sagan. Domanda da tecno ottimista: lo sviluppo dell’Ai e, ancora di più, quello dei computer quantistici non potrebbe farci fare un balzo inimmaginabile nelle nostre capacità di vedere nello Spazio e di andarci?
«A me questa visione appare pericolosa e persino un po’distopica. Al momento non esiste alcuna evidenza che la tecnologia, da sola, possa salvarci. Affidarsi a questa speranza potrebbe rivelarsi non solo illusorio, ma controproducente. La tecnologia è preziosa e indispensabile, ma deve restare al servizio dei bisogni umani. Il rischio è trasformarla in una sorta di divinità, immaginando che possa risolvere automaticamente problemi che non sappiamo affrontare. In parte questo atteggiamento si vede già nel dibattito sull’Ai: sembra quasi che ci si aspetti l’arrivo di un’intelligenza superiore che ci indichi la strada».
Quando osserviamo il cosmo guardiamo il passato: è plausibile immaginare che in questo momento qualcuno stia osservando la Terra com’era milioni di anni fa?
«Se esiste altra vita intelligente, certamente è possibile. Magari con strumenti e modalità diversi dai nostri. Del resto, è proprio quello che stiamo cercando: qualcuno con cui condividere almeno questa curiosità fondamentale».
Lei ci crede ancora?
«Sì, ci credo. Con più realismo e un po’più di disincanto, perché nel frattempo ho imparato qualcosa in più. Ma non con pessimismo».
“Se non cerchiamo, non lo sapremo mai” si diceva all’inizio dell’era spaziale: è un principio ancora valido?
«Assolutamente sì. Non credo che la risposta verrà a trovarci spontaneamente. Il mistero resta aperto: se là fuori c’è qualcuno, perché non si è ancora fatto vivo? È una domanda che vale la pena continuare a porre».
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