La grande crisi degli autisti dei bus. Così ora l’Italia li recluta in Nordafrica

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Nessuno vuole più fare il tranviere. Non si trovano più conducenti di pullman, mancano autisti. Quello che un tempo era considerato un lavoro dignitoso e sicuro, dentro le amministrazioni pubbliche, oggi è uno dei mestieri più in crisi d’Italia. Tanto che il Comune di Milano ha appena assunto trenta nuovi autisti dalla Tunisia, perché solo là li ha trovati. E adesso, anche la società del trasporto pubblico delle province di Biella e Vercelli vuole stringere un accordo con il consolato del Marocco per cercare nuovo personale.

Non è solo un problema italiano. Secondo gli ultimi dati del «Driver Shortage Report» dell’Unione internazionale dei trasporti, in Europa mancano 100 mila conducenti e in Italia 10 mila. A Milano il fabbisogno annuo è di 300 nuove assunzioni, su un totale di 3800 dipendenti. L’agenzia Elis, che si occupa di formazione al lavoro, ha avuto incarichi dalla Sicilia, dal Lazio, dall’Emilia Romagna e dal Veneto, oltre che dal Comune di Milano, proprio per cercare delle soluzioni. Sono loro che stanno seguendo il percorso di inserimento dei primi trenta autisti tunisini che prenderanno servizio.

«Il progetto ha preso il largo nove mesi fa. Abbiamo fatto una selezione molto attenta. La Tunisia ha un patto di reciprocità con la patente italiana, può essere convertita nel giro di un anno. Abbiamo cercato persone con esperienza decennale nel trasporto pubblico e persone con una forte motivazione, anche in vista dell’esame che dovranno sostenere». Federica Marano è la responsabile di Elis per i progetti formativi all’estero, cura l’inserimento dei nuovi autisti arrivati a Milano dal Nordafrica. «Sono arrivati a fine maggio. Dopo le pratiche per il nullaosta e il visto d’ingresso, ora stanno facendo tutte quelle di inserimento, il codice fiscale e le visite mediche. Stanno per iniziare la formazione per ottenere la carta di qualificazione del conducente, indispensabile oltre alla patente D per poter prendere servizio. Sono 140 ore di formazione tecniche. Noi contiamo che i nuovi autisti possano iniziare a lavorare in autunno».

Per rendere attrattivo il mestiere che nessuno vuole più fare, le amministrazioni comunali stanno studiando delle strategie economiche. Per esempio, anticipare il costo della certificazione obbligatoria che si attesta intorno ai 4 mila euro, oppure pagare una casa per i primi sei mesi ai nuovi autisti. Anche l’Atap, la società del trasporto pubblico per le province di Biella e Vercelli, sta cercando di individuare possibili soluzioni per risolvere le criticità legate alla carenza di autisti. Quindi «un’academy», così viene chiamata, per la formazione di tutti i lavoratori interessati. Ma anche canali internazionali per cercare nuovo personale. «Il 13 giugno, in occasione della visita a Biella del Console del Marocco, ho illustrato la problematica», spiega la presidente Francesca Guabello. «Il Console ha dimostrato la propria disponibilità a fornire supporto per la promozione dell’iniziativa stessa. Ma questa strada, che magari si potrà aprire in futuro, non esclude affatto la nostra volontà di cercare anche qui in Italia, in Piemonte, nuovi conducenti per i nostri mezzi pubblici».

Il mestiere non piace più per ragioni piuttosto comprensibili. Ti assumono spesso con contratti di formazione: due anni a 1300 euro, senza premi di produzione. Il primo stipendio con contratto a tempo indeterminato è da 1400 euro al mese, ma dopo trent’anni di lavoro si arriva al massimo a 1600 euro di paga base. Il tutto in città come Milano, dentro le quali è letteralmente impossibile vivere. Gli affitti costano troppo, così come il cibo. Un autista di pullman di Milano abita in realtà nel circondario, aggiunge quindi al tempo del lavoro quello degli spostamenti necessari.

«Gli stipendi inadeguati sono il primo di tre problemi» spiega Roberto Ricci, segretario nazionale di Fit-Cisl. È un sindacalista che viene da Atac, il servizio dei trasporti pubblici di Roma. È di questo che si occupa. «Il secondo problema sono i turni massacranti. Di giorno e di notte, gli autisti montano e smontano su linee diverse, così capita di finire il turno dalla parte opposta della città rispetto al punto da cui avevano incominciato. Qualcuno portava a bordo il monopattino per rifare la strada, ma ora non è più permesso. Insomma: finisce che devi dare molto più tempo a un lavoro già molto faticoso. E visto che ci sono pochi autisti, spesso saltano le ferie e i riposi. Era un lavoro molto ambito, ora non più».

Qual è il terzo problema? «Le aggressioni. Nonostante le paratie a difesa dei conducenti appena montate sui mezzi, come stabilito nell’ultimo decreto legge, i pullman restano posti pericolosi per chi li guida. È diventato un lavoro sottopagato, frustrante e rischioso».

Sono 850 le aziende del trasporto pubblico in Italia. Quelle con maggiori difficoltà a trovare autisti sono quasi tutte nel Centro-Nord. L’ultimo concorso in una grande azienda di Roma offriva 400 posti e si erano iscritti in 470, ma alla fine 170 candidati non si sono presentati. Nei primi due mesi di lavoro, dieci giovani autisti appena assunti si sono licenziati.

Qualcosa non funziona più. Si vede anche da un tram fermo per mancanza di conducente. Per spiegarsi il fenomeno, c’è chi punta il dito contro i giovani, accusandoli di essere svogliati. E c’è chi, invece, guarda la realtà: gli stipendi, la vita e il costo della vita.

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