Qual è lo scopo della Nato? Il summit del 18 giugno dei ministri della Difesa e la visita di questa settimana a Washington del Segretario generale della Nato in vista del vertice dei leader previsto il 7-8 luglio in Turchia hanno fatto sembrare che scopo fondamentale dell’alleanza militare sia più quello di accontentare uno dei suoi membri, Donald Trump, che quello di far fronte alla minaccia militare posta dalla Russia, proprio il Paese per stare in guardia dal quale la Nato fu istituita nel 1949. A quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, tra sistematiche provocazioni militari dei russi in tutta Europa, questa questione è diventata dolorosamente e forse anche pericolosamente secondaria rispetto allo sforzo di trattenere gli americani dalla stessa parte.
il retroscena
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L’anno scorso – mentre iniziava il secondo mandato di Trump alla Casa Bianca – cercare di far sì che l’America mantenesse l’impegno di difendere l’Ucraina, l’Europa e di conseguenza la Nato aveva senso. Un’alleanza che si era rivelata proficua per entrambe le sponde dell’Atlantico per quasi ottant’anni non doveva essere buttata alle ortiche con indifferenza a causa dei capricci di un presidente americano che in ogni caso, se la Costituzione resterà in vigore integralmente, se ne dovrà andare all’inizio del 2029. Anche se non si poteva convincere Trump a sostenere l’Ucraina come aveva fatto il suo predecessore Joe Biden, quanto meno lo si poteva adulare così che non danneggiasse attivamente l’Ucraina o aiutasse la Russia. Un anno e mezzo più tardi, l’unico evidente successo di questa strategia è che l’America non ha nuociuto all’Ucraina in modo diretto. A ciò si può aggiungere il fatto che il tentativo di Trump di ghermire la Groenlandia dalle mani della Danimarca è fallito, quanto meno per adesso, grazie a una risposta forte e compatta del resto della Nato.

Per altro, il tabellone segna un punteggio decisamente negativo: l’America ha aiutato la Russia ripetutamente, accogliendo Vladimir Putin nell’agosto dell’anno scorso a un vertice sul suolo degli Stati Uniti per la prima volta dal 2007, esercitando pressioni sull’Ucraina per farle cedere territorio ai russi, allentando le sanzioni sul petrolio russo durante la guerra con l’Iran. Adesso, poi, l’America ha annunciato una revisione semestrale che dovrebbe portare a un ritiro dei soldati americani dall’Europa, e all’annuncio si sono accompagnate accuse di “slealtà” nei confronti degli alleati europei della Nato per non essersi uniti all’America contro l’Iran.
Senza dubbio, la discussione sull’aiuto all’America in Iran ha portato a un buon risultato: ha spinto Mark Rutte, segretario generale della Nato, a rendere noto il numero di aerei militari americani decollati dalle basi degli Stati Uniti in Europa durante la guerra con l’Iran. Rutte ha detto che i voli sono stati 4-5000, circa 500 dei quali sono decollati da basi in Italia. La notizia ha provocato scalpore nel parlamento italiano e un acceso confronto per capire se autorizzare questi voli equivalga a prendere parte in modo diretto a una guerra a cui la maggior parte dei governi e delle opinioni pubbliche europee è contraria. Indipendentemente da questa questione, le implicazioni militari sono evidenti: potendo disporre di più di 40 basi militari nel Regno Unito, nell’Unione europea e in Turchia, gli Stati Uniti godono di un vantaggio enorme.
L’intero continente europeo funge infatti da gigantesca flotta di portaerei per gli Stati Uniti, e permette loro di mantenervi forze di combattimento e apparecchiature di sorveglianza molto più vicino ai loro potenziali obiettivi di quanto avverrebbe dal territorio americano. Ai politici americani piace affermare che queste basi implicano che l’esercito degli Stati Uniti sta proteggendo l’Europa, mentre di fatto le basi sono indispensabili per poter proiettare a livello globale tutta la potenza americana. Queste basi diventeranno superflue per gli interessi nazionali dell’America soltanto quando e se gli Stati Uniti decideranno di non voler più essere una potenza globale.

Questo però significa anche che l’equilibrio di potere all’interno della Nato avrebbe dovuto modificarsi a mano a mano che cambiava l’equilibrio dei vantaggi derivanti dalla partecipazione all’Alleanza dell’America. Adesso che sotto l’Amministrazione Trump gli Stati Uniti non considerano più la Russia una minaccia, bensì una grande-potenza partner-potenziale, il vantaggio di avere l’America nella Nato si è drasticamente ridotto per gli Stati europei che fanno parte dell’Alleanza Atlantica. In ogni caso, per gli Stati Uniti il valore di quelle sue 40 basi e più nel Regno Unito, nell’Ue e in Turchia resta grande come non mai.
Si era soliti pensare che la partecipazione degli Usa alla Nato fosse fondamentale per l’Europa per il suo effetto deterrente, e che la mera minaccia di un intervento militare americano fosse sufficiente a persuadere qualsiasi potenziale nemico – il che vuol dire la Russia – che non valeva la pena correre il rischio di un’invasione o di un altro tipo di attacco. Trump, invece, ha detto chiaro e tondo di non credere nell’impegno alla difesa reciproca previsto dal Trattato della Nato, e così quell’effetto deterrente è andato perso, per lo meno fino a quando non subentrerà un presidente con opinioni diverse.
I membri europei della Nato hanno ragione a sperare che con l’arrivo di un nuovo presidente nel 2029 l’atteggiamento americano cambi. Occorre molto tempo per ricostruire le istituzioni militari e politiche, sicuramente molto più dei due anni e mezzo che restano alla fine del mandato di Trump. Pertanto, preservare le istituzioni esistenti, qualora se ne ha la possibilità, ha senso. Nel frattempo, però, i membri europei della Nato dovrebbero capire di poter sfruttare un loro vantaggio: l’America ha bisogno della Nato molto più di quanto gli europei hanno bisogno dell’America.
Di conseguenza, l’acquiescenza adesso dovrebbe avere fine. Quando Trump e i suoi funzionari decidono di attaccare l’Europa, possono e dovrebbero andare incontro a opposizione, una forte opposizione, proprio come quella di Giorgia Meloni quando ha reagito all’affermazione di Trump secondo cui lei l’avrebbe “implorato” di fare una foto insieme. I leader europei possono e dovrebbero ricordare a Trump e al suo segretario della Difesa Pete Hegseth che possedere basi militari americane in Europa è un privilegio, non un diritto.
Ancora più importante che comportarsi con fermezza con l’America, tuttavia, è evitare di distrarsi rispetto alla missione principale della Nato: evitare che la Russia destabilizzi l’Europa e ne metta a rischio la sicurezza. I dibattiti su come portare a buon fine questa missione si sono già spostati in buona parte dalla Nato all’Unione europea e a strutture più informali comprendenti anche il Regno Unito. Ora è indispensabile che queste nuove strutture acquisiscano una priorità maggiore.
In particolare, è necessaria una struttura di comando militare verosimile che in tempo di crisi non risulti esposta all’interferenza degli Stati Uniti. Per fortuna, tale struttura esiste già: si tratta della Joint Expeditionary Force, istituita originariamente nel 2014 e costituita oggi da dieci Paesi, tra qui cinque scandinavi, tre Stati baltici, i Paesi Bassi e il Regno Unito, dove si trova il suo quartiere generale.
La più grande speranza per il summit della Nato ad Ankara del 7-8 luglio è che Trump e le sue rimostranze siano ignorati o contestati, e che in vista di una potenziale crisi con la Russia un numero maggiore di Paesi entri a far parte della Joint Expeditionary Force e le corrisponda più soldi per renderla più credibile. Scopo della Nato è dissuadere, opporre resistenza e contrastare le minacce provenienti dalla Russia. Vale la pena salvare l’Alleanza e prolungarne l’esistenza sul lungo periodo soltanto se avrà gli strumenti per farlo.
Traduzione di Anna Bissanti
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