La Turchia, Israele e la sindrome del 1979

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Stati Uniti e Turchia si sono appena incrociati su un campo di calcio ma la partita più importante la giocheranno Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan ad Ankara fra due settimane. Il leader Usa ha sbloccato una importante fornitura di motori per aerei da combattimento ed elogiato a suo modo il presidente turco. Ha spiegato che l’alleato stava per entrare in guerra, ma a fianco dell’Iran e contro Israele, e lui lo ha «fermato». Una stoccata indiretta a Benjamin Netanyahu. Il conflitto cominciato lo scorso 28 febbraio ha allargato il solco aperto dall’assedio di Gaza. La Turchia si schierata con i palestinesi, almeno a parole. E poi ha frenato le operazioni contro Teheran.

In particolare, ha rivelato sempre Trump, si è opposta all’uso delle milizie curde basate in Iraq. Avrebbero dovuto dare la “spallata di terra” al regime. Un piano abbastanza fantasioso, come poi si è visto nel prosieguo della guerra. Ma il veto di Erdogan ha comunque innescato una escalation verbale con lo Stato ebraico, vero ideatore della carta curda contro gli ayatollah. La destra religiosa dei soliti Ben Gvir e Smotrich, ma anche un ex premier come Naftali Bennett, hanno sparato a palle incatenate e parlato della Turchia come del «prossimo Iran» e «Stato terrorista». Analisti navigati come Ely Karmon la inquadrano invece come «minaccia strategica emergente».

Al di là della retorica, il timore israeliano è la ripetizione della “perdita dell’Iran”. Fino al 1979 Teheran era il pilastro delle alleanze occidentali in Medio Oriente. La Cia e il Mossad lavoravano fianco a fianco con la famigerata Savak, la polizia segreta dello scià. Certo, la Turchia fa parte dell’Alleanza atlantica, è candidata da quarant’anni all’adesione all’Ue, è più ancorata all’Europa. E dispone anche del secondo più potente esercito della Nato con 481 mila soldati, 2200 carri armati. Erdogan, da un quarto di secolo, usa una doppia leva. L’integrazione negli organismi occidentale, e il ruolo di Paese leader del mondo islamico, capace di coniugare modernizzazione economica e valori tradizionali. La seconda leva, però, prende poco a poco il sopravvento.

Per contrastare Israele Ankara ha creato un blocco con l’Arabia Saudita e il Pakistan. La pressione di questi tre Paesi è stata uno dei fattori decisivi nel fermare la guerra all’Iran. Dopo questo successo Erdogan ha alzato ancora più il tiro, e si è schierato a difesa dell’integrità territoriale di Libano e Siria. E su questa linea ha portato anche il nuovo presidente siriano Ahmad al-Sharaa, che pure Trump rivendica come sua pedina. Al-Sharaa ha rispedito al mittente per l’ennesima volta la richiesta americana di aprire un fronte contro Hezbollah: «Non vogliamo che il Libano sperimenti la guerra civile che ci ha distrutti», ha spiegato. In tutto ciò Ankara porta avanti il suo programma missilistico, “Yildirim”, e per un proprio caccia invisibile, il “Khan”. E nessuno sa quanto l’amicizia fra Trump ed Erdogan potrà frenare le sue ambizioni.


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