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La violenza ha torto ma date risposte ai giovani

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Lo ricordava spesso Sandro Pertini, il partigiano presidente, riflettendo sugli Anni Settanta, stagione, con tutto il rispetto, più difficile dell’oggi: abbiamo sconfitto il terrorismo – udite bene, non i maranza – con la democrazia, senza leggi speciali e clima emergenziale. È stato possibile grazie a due condizioni: un paese unito attorno un’idea di democrazia e una classe dirigente in grado di gestire il conflitto sociale con la politica e un’idea di futuro. In una certa misura, proprio il conflitto sano rappresentò un argine all’eversione.

Da lì scaturì un grande avanzamento sul terreno dei diritti: lo Statuto dei lavoratori, la riforma delle pensioni, una riforma epocale della scuola – ecco, la scuola – che fino ad allora divideva i poveri dai ricchi, come spiegò don Milani nella Lettera a una professoressa. E poi il Servizio sanitario nazionale gratuito e le grandi riforme nei diritti civili. Insomma, la democrazia è stata più forte della strategia della tensione e delle bombe. Il paragone con l’immobilismo di oggi è impietoso.

Viene in mente questa lezione come misura delle cose in questo inquieto presente. Ci sono stati momenti peggiori in questo paese, di eversione vera, ne siamo usciti migliori, per capacità di lettura e risposta. Qui si rischia invece un piano inclinato, causa deficit di politica. Pur essendoci delle analogie da non sottovalutare, l’Italia non è a ferro e fuoco come la Francia. Però lo sembra nella discussione pubblica, dominata da un clima emergenziale, che del deficit di politica è la rappresentazione icastica. Pare una rincorsa ansiogena agli eventi tra militari spediti a Milano, parà, droni, perquisizioni, i Lince, l’ennesimo decreto sicurezza, piani carceri speciali per i minori, in un paese, nel frattempo, sempre più insicuro.

Si svolgeranno oggi delle manifestazioni problematiche, segnate dalla grammatica della violenza, orchestrate anche da reti professionali di destabilizzazione, come ha ricordato il capo dell’Aise Giovanni Caravelli nella sua audizione al Copasir. Sono piazze minoritarie e potenzialmente complicate, dove l’assenza di interlocutori, capi, organizzazioni, rende più difficile la gestione. La violenza non è un momento prevedibile dentro una piattaforma e, proprio per questo, “governabile”. Qui è scopo e identità distruttiva: ci avete tolto tutto, spacchiamo tutto.

Con ogni evidenza c’è da augurarsi che non si ripetano, su larga scala, i fatti di Milano. Diciamolo: magari anche grazie a una maggior presenza e sapienza delle forze dell’ordine. Però, comunque vada – e lo scriviamo volutamente oggi – resta il punto: dove è la risposta politica all’essenza di questa fase non solo italiana ma europea, ovvero il malessere del bisogno sociale rispetto alla compatibilità dell’economia? Riguarda gli studenti che chiedono una scuola migliore, i lavoratori in piazza col sindacato, pure i trasportatori ma anche quella che una volta si chiamava la maggioranza silenziosa. Non è abituata alla piazza, ma è comunque fiaccata dal carovita.

Ci sarebbe piaciuto che un “piano per i giovani” non lo avesse proposto, sul nostro giornale, Elsa Fornero, ministro del Lavoro quindici anni fa, ma l’attuale. Ci sarebbe piaciuto, dopo che siamo andati a spulciare la carenza di proposte dei partiti in materia, che qualcuno avesse un sussulto. L’altra faccia del nichilismo di minori che trovano in una vetrina rotta un modo di esistere è la politica che ha espunto il futuro dal suo alfabeto. Le opposizioni sono su Marte a parlare di primarie, imperturbabili a tutto. Giorgia Meloni ha messo in campo una risposta tecnicamente corporativa, tutta rivolta al suo blocco sociale: qualche spiccio ai trasportatori e nuovi reati, che aiutano la narrazione securitaria a favor di curva.

Suggeriamo di affrontare questa rivolta con più inclusione e meno corporazione: reprimere la violenza, come sacrosanto, ma stimolare la partecipazione, senza fare di tutte le proteste un fascio da criminalizzare. Cercare l’incontro e non lo scontro con chi manifesta in pace. Non demonizzare le piazze dei sindacati. Ascoltare il malessere perché la solitudine digitale, l’esclusione e la povertà, in assenza di politica, trovano altre strade per esplodere. E poi riforme e integrazione di quelle seconde generazioni che si sentono italiane per contesto ma non per diritti, e si consegnano alla rabbia. In definitiva, più democrazia e meno emergenza

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