Home Business Luigi Fassi: “Non soltanto mercato. Artissima resti una ricerca, altrimenti non...

Luigi Fassi: “Non soltanto mercato. Artissima resti una ricerca, altrimenti non ha senso”

0
1

«Sarà una fotografia coerente del panorama artistico internazionale. Questo è il tentativo, questo è l’unico motivo per cui ha senso». Luigi Fassi, 49 anni, direttore di Artissima, anticipa i contenuti della fiera d’arte contemporanea che inaugura giovedì all’Oval di Torino.

Qual è la sintesi delle 183 gallerie da 35 Paesi in mostra?
«Ogni anno è un’avventura all’Alice nel paese delle meraviglie: non c’è un’opera che ritorni, le sensibilità variano e anche le gallerie si avvicendano. Non cambiano lo schema, i curatori e la squadra. All’ingresso il primo impatto rimane quello delle sezioni curate: Disegni a cura di Irina Zucca, Back to the future di Jacopo Crivelli e Heike Munder sui pionieri e Present future di Léon Kruijswijk e Joel Valabrega sugli emergenti».

Squadra che vince non si cambia?
«I curatori dal 2024 hanno fatto tutti tre anni edizioni di fila, sono stati bravi e in una fiera è utile un rodaggio per capire i meccanismi. Sono loro che hanno cambiato Paese e mestieri nel mentre. Hanno carta bianca, fanno scelte autoriali, se ne discute ma li si segue».

Quest’anno per la prima volta coinvolgete anche dei curatori ospiti?
«Sì, grazie alla Fondazione Arte Crt invitiamo 18 curatori europei under 40, di cui 15 donne, che sceglieranno una galleria particolare a testa. Un riconoscimento, ma anche un’occasione di relazioni tra giovani protagonisti del mondo contemporaneo».

Ci anticipa cosa vedremo?
«Nei Disegni spicca la presenza della young british artist Georgina Starr nella galleria Alma Pearl di Londra, che riprende con un video di figure di carta danzanti l’arte di ricerca del secondo Novecento. A fianco è attesa una performance di danza dal vivo. Di Present future ricordo il brasiliano Gabriel Ribeiro nella galleria Foco di Lisbona col suo essiccatore industriale per trasformare la frutta in una sostanza densa e concentrata, sublimazione della vita vegetale in transizione continua. In Back to the future segnalo infine la creatività del rifiuto di Mariuccia Secol con la sua pittura su tessuti, indumenti e materiali domestici per le gallerie Monopol di Varsavia e Clement di Bonn. Nelle sezioni curate trovano spazio dunque opere complesse, impegnative, non solo di pittura. Una sfida che Artissima porta avanti e che la connota».

Uscendo dalle sezioni curate, qual è la galleria che ha fatto più fatica a portare?
«Sono tante, il 60% viene dall’estero e il 40% italiano è una minoranza attiva. Penso soprattutto alle realtà giovani, per esempio la galleria brasiliana Luisa Strina condivide lo stand con la torinese Société Interludio per presentare insieme l’artista Brisa Noronha. Sottolineo anche il ritorno del Giappone con due gallerie di Tokyo: Side 2 e Maki fine arts. Si ripete per il secondo anno Anonymous art project di Hiroyuki Maki, che presenta in Europa una selezione di tre giovani artisti giapponesi su Ai, cultura della stampa su carta e digitale multimediale. Artissima si conferma così un incubatore di progetti e opportunità».

Che tendenza individua quest’anno?
«Al di là del tema Fancy, inteso come la proiezione in avanti della fantasia che guida l’arte attraverso la complessità del presente, il filo rosso è proprio la volontà di andare oltre le costrizioni del nostro tempo e delle nostre vite per considerare l’immaginario, le urgenze politiche e di giustizia sociale. L’invito è a pensare che la vita valga di più di ciò che noi stessi riconosciamo».

E una tendenza pratica?
«L’utilizzo dei materiali più diversi. Non è un messaggio contro la pittura, ma la dimostrazione che si può fare arte pure con la frutta o con i vestiti, che gli oggetti più umili possono essere nobilitati e che la materialità ha un valore. Una fiera è credibile se segue quello che fanno gli artisti ed essi fanno cose molto diverse. Concentrarsi solo sulla pittura vuol dire appiattirsi sul mercato, dimenticando video, riciclo, scultura e carta. La sfida di Artissima è non omologarsi».

Lei è a fine mandato, si prepara a passare la mano o vorrebbe portare ancora avanti questa sfida?
«Ad Artissima mi sento a casa e non ho perso la passione. Sono a disposizione del cda e della fondazione, anche se l’importante è che la fiera continui così comunque e con chiunque la porti avanti».

Ce l’ha un sogno nel cassetto?
«Vorrei connettere sempre di più chi si occupa di arte in maniera interdisciplinare. Un esempio è il progetto Moltitudini di Artissima che porta la poeta Laura Accerboni negli studi degli artisti torinesi per raccontare una generazione che declina la creatività in maniera diversa. Vorrei continuare a lavorare in questo campo, non importa dove: ho cambiato città e Paese tante volte».

Negli anni ha sottolineato la diplomazia culturale di Artissima, perché è importante?
«Artissima è di fatto una fiera pubblica che, insieme a tutte le mostre e gli eventi paralleli, rende Torino per una settimana la capitale dell’arte contemporanea italiana ed europea. Artisti, galleristi, collezionisti, finanziatori di musei, editori, giornalisti, critici e appassionati passano da qui. È previsto anche un panel su come il collezionismo possa aprirsi al pubblico con Valeria Napoleone, Pedro Barbosa, Beatrix Ruf e Vita Liberte».

Cosa manca ancora perché Torino capitalizzi tutto questo?
«Servono gli investimenti e la volontà politica per poter cogliere una tale possibilità di soft power. Se Torino intende accrescere il proprio network internazionale mi pare un’occasione straordinaria. Artissima ha bisogno dei musei e delle istituzioni per rimanere competitiva e tanto più questi sono floridi e propongono belle mostre quanto più la fiera ne beneficia».

Artissima resterà all’Oval?
«Il contratto dura fino al 2027 compreso. L’Oval è del Comune di Torino, che lo affida in gestione a Gl events. Più la città prenderà il controllo delle proprie infrastrutture fieristiche più il sistema potrà trarne forza. Sarebbe utile una fiera libera da rialzi speculativi».

L’arte è sempre stata anche denuncia, come inquadra le attuali proteste dei giovani e potrebbe venirne fuori qualcosa di artistico?
«Non si può dimenticare che molto di quello che chiamiamo arte, da Pollock a Haring, nasce dalla controcultura. E questo vale anche per la musica e la letteratura. Altrimenti ci restano solo intrattenimento e consumo usa e getta. I giovani vanno messi nella condizione di esprimersi con la consapevolezza che la controcultura possa diventare valore. È il senso in fondo della democrazia liberale».

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it