Lavitola resta in carcere: “Racconto inverosimile”. Le incoerenze sul movente

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Sibillino, incoerente, Valter Lavitola afferma tutto e il suo contrario. E anche la deposizione davanti agli inquirenti sembra viverla come una sfida, valutando sino a dove può spingersi, sino a dove può ritoccare la verità. La ricostruzione dell’attentato al giornalista amico Sigfrido Ranucci? «Inverosimile». La giudice Iole Moricca, che ha respinto la richiesta del faccendiere di uscire dal carcere ed essere posto ai domiciliari con braccialetto elettronico, lo scrive chiaro nel provvedimento: la versione di Lavitola è improbabile, contraddittoria. E le sue dichiarazioni risultano «fumose, generiche, prive di qualsivoglia indicazione concreta e suscettibile di riscontro».

È vero, una confessione c’è stata. L’altro giorno, il ristoratore con il sogno di diventare un Richelieu e di ritagliarsi uno spazio nel panorama politico, durante l’interrogatorio a Rebibbia dov’è recluso, ha accennato un mea culpa (ma senza pentimento): «Sono io il mandante della bomba piazzata sotto casa del conduttore di Report». Difficile, d’altronde, sostenere il contrario davanti alle innumerevoli intercettazioni finite agli atti dell’inchiesta della procura di Roma, diretta da Francesco Lo Voi.

Lavitola ammette di aver commissionato l’agguato del 16 ottobre 2025 al giornalista. Poi, però, cerca di ridimensionare le sue intenzioni: «Avevo detto di sparare quattro o cinque colpi dimostrativi sul muro della sua abitazione di Pomezia». Scarica il commando assoldato per il “lavoro”, insinua che la scelta di piazzare l’ordigno sia stata del suo tuttofare Gomes Clesio Tavares, ora in fuga in Camerun. Per la giudice, si legge nelle tre pagine di provvedimento, è improbabile, «visto il rapporto tra i due», che il factotum abbia «violato gli ordini». Per Tavares, infatti, il ristoratore è un amico, un benefattore, un padre. E, in una conversazione intercettata dai carabinieri del nucleo investigativo della Capitale, arriva a dire: «Il nostro legame può scioglierlo solo Dio».

Durante l’interrogatorio, Lavitola segue un preciso percorso difensivo: «Ho agito per il bene di Ranucci. Ha tanti nemici e volevo che la sua scorta venisse potenziata». Anche in questo caso le contraddizioni si susseguono. Il faccendiere spiega agli inquirenti che, «poco prima dell’attentato, era venuto a conoscenza di un non meglio specificato progetto omicidiario nei confronti del giornalista ad opera dell’intelligence israeliana». Si spinge oltre. Aggiunge che quella minaccia era collegata «al servizio realizzato da Report sulla vicenda del cantiere navale Vittoria» dove erano state sequestrate alcune armi. Agli atti, però, risulta come dopo l’attentato fosse proprio Lavitola a suggerire a Ranucci di «indagare sulla pista israeliana sul cantiere Vittoria». Un atteggiamento istrionico, volto a influenzare e raggirare, che la giudice riassume come una «consolidata capacità di inquinare l’attività investigativa dando vita a vere e proprie opere di depistaggio».

Secondo la ricostruzione della procura, Lavitola ha commissionato l’attentato per aumentare «la popolarità di Ranucci». Perché? Il suo progetto era convincerlo a candidarsi alle elezioni politiche 2027 e diventare il suo spindoctor. Il faccendiere nega. Con frasi accuratamente confuse dice che sì, avrebbe voluto vedere premier il conduttore di Report e aveva pure commissionato un sondaggio. Ma questo disegno non ha nulla a che fare con l’attentato. «Ha cercato di ridimensionare il suo ruolo negando di essere a conoscenza delle modalità di esecuzione concretamente messe in atto, di aver svolto il sopralluogo davanti alla casa del giornalista» e soprattutto «ha offerto un movente diverso per dimostrare di aver agito esclusivamente nell’interesse della persona offesa e non anche per fini personali».

L’avvocato Sergio Cola, che insieme ad Arturo Cola difende il ristoratore, commenta: «Rispetto pienamente il provvedimento del gip, ma non lo condivido». E molto probabilmente farà ricorso al tribunale del Riesame. La giudice parla di «disinvoltura criminale». Lavitola, quindi, resta in carcere. «Ai domiciliari, potrebbe contattare Tavares e concordare con lui una versione». Non solo. «Sarebbe anche potenzialmente capace di inquinare le prove»: tentativo che, si legge negli atti dell’indagine, ha portato avanti negli scorsi mesi. C’è poi il pericolo di fuga. Uomo di relazioni, Lavitola «ha una rete di contatti in Italia e all’estero». Se rimesso in libertà, potrebbe «rifugiarsi in Africa, dove ha basi logistiche per soggiornare per lunghi periodi». Un biglietto di sola andata per Addis Abeba l’aveva già acquistato lo scorso 4 luglio, giorno della perquisizione: i carabinieri l’hanno intercettato mentre usciva di casa con le valigie in mano.

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