Salve Maurizio, da qualche tempo ho difficoltà a trovare pluralità nell’ascolto degli articoli dei giornali a “Prima pagina” su Radio 3. In fondo ogni giornale scrive quel che il suo lettore vuole leggere, alimentando di fatto una polarizzazione che poco si confà col pluralismo.
In fondo per me le parole di Tommaso Cerno – esempio – sono giuste, non perché vere, ma in quanto sono quelle che sollecitano la mia idea dei fatti. Cosa diversa da una visione plurale dei fatti. In fondo leggo quello che voglio che sia scritto, cosa ben diversa dal capire. Quindi voglio polarizzazione, non informazione.
Daniele Mosconi, Fondi
Risponde Maurizio De Giovanni
Carissimo Daniele, lei ha mille volte ragione. È un pensiero che faccio ogni giorno, e molte volte al giorno, purtroppo non solo con riferimento ai giornali. Certo, è macroscopico che ormai sia decisamente evidente che il contenuto che si troverà all’interno di un quotidiano sarà diretto secondo l’orientamento esplicito della testata; ma questo è altrettanto vero, ahimè, per le reti televisive nazionali.
La cosa mi suscita emozioni diverse. Mi sono formato in un tempo in cui i giornalisti avevano il dovere etico dell’obiettività, e se opinioni personali avevano le tenevano ben celate sotto la superficie di un’apparente neutralità; peraltro, questo di fatto consentiva di esprimere ragionamenti in maniera assai più convincente proprio perché si ascoltava o si leggeva fino alla fine, per comprendere le argomentazioni nella loro completezza, superando in paretnza acritici preconcetti.
Per le parzialità decise, poi, c’erano gli organi di partito, che non dovevano certo nascondere il pensiero che ne animava gli articoli. Oggi invece ogni giorno ci ritroviamo a tentare di orientarci in una selva di urla e di invettive modellate sui social, che mirano ad arrivare alla pancia senza passare per gli occhi e le orecchie, con effetti devastanti perché anche il popolo dei lettori e dei telespettatori si divide in tifoserie acritiche, che aderiscono senza riflettere a una schiera o all’altra.
A chi fa comodo tutto questo? A chi ha idee grossolane e violente, di quelle che non cercano sostegno etico, economico o sociale. I forti vincono sui deboli, perché hanno un maggior numero di servi che urlando in coro coprono le voci altrui, indipendentemente dai contenuti su cui spesso nemmeno si soffermano a riflettere.
Le dirò, carissimo Daniele, una piccolissima nota autobiografica che poco rileva e che non interessa a nessuno: ma la mia scelta di scrivere su queste pagine dipende proprio dal fatto che su questo giornale vengono ospitate voci diverse, opinioni diverse e diversi orientamenti, senza mai indirizzare verso una direzione di comodo. Ne sono molto fiero, e se non dovesse essere più così ne farei immediatamente a meno.
Perché non è bello sapere già cosa dirà qualcuno, o cosa si leggerà sulle pagine di un giornale. Perché cambiare idea è segno di intelligenza, e deriva anzitutto dalla correttezza delle argomentazioni di chi la pensa diversamente: ma per trovare di queste cose bisogna trovarsele davanti, non doversele andare a cercare col lanternino.
Un saluto molto affettuoso.
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