
Léonie Cassel, figlia minore di Monica Bellucci e Vincent Cassel, 16 anni, debutta in passerella per Dolce&Gabbana e prova cosa significa essere “figlia di” oltre il privilegio. Agghindata come una madonna a una festa patronale (look che obbiettivamente donerebbe a poche) incede in passerella e nello stesso tempo sul tappeto black, perfido, dei social, dove si scatenano i commenti, per quel suo broncio che sembra urlare: «ma perché sono qui?!» ma anche per la «colpa» di non essere bella in maniera canonica come mamma e sorella Deva.
«Ma l’hanno costretta poverina? Mio figlio quando gli dico che non può uscire». «La sorella è più bella, giusto perché è la figlia di Monica Bellucci». «Va be magari è alta, per il resto la trovo una ragazza normale se non fosse stata la figlia di…con il cavolo che apriva la sfilata!».
E questi sono i post meno severi. Chiamala se vuoi invidia, o l’altra faccia del privilegio, fatto sta che la povera Léonie, una ragazzina in quel momento della crescita in cui ogni critica ferisce l’anima, ha dovuto passare le forche caudine del giudizio senza sconti e pieni di livore. Perché se il talento non si passa con il diritto di nascita, la popolarità si e certamente i figli dello showbusiness – «Nepo Baby» per chi vuole sottolineare il nepotismo che li accompagna, figli d’arte per chi non vuole infierire – hanno l’ingresso in quel mondo assicurato o molto facilitato (ma perché quelli dei notai, dei medici, dei giornalisti no?).
Cosa che non si perdona facilmente come sanno bene molte «colleghe» di Leonie. A partire a Aurora Ramazzotti che da quando è diventata adolescente è stata massacrata con il continuo confronto con la perfezione di mamma Michelle, e per le porte che si aprivano al suo passaggio.
Consapevole di essere nata con la camicia, Aurora ha raccontato spesso di come si sia sentita nell’essere radiografata e bullizzata: «Non sono bionda, non ho gli occhi azzurri, non sono magra, alta, bella. Oggi mi dicono: “Hai una bellezza particolare, che splendidi occhi a mandorla”. Ma, quando ero piccola, la “bellezza particolare” non se la cagava nessuno. Mi dicevano: ‘Cinese’, ‘Cicciona’. Per non parlare dell’adolescenza, quel periodo orrendo dagli 11 ai 15, quando ti sviluppi, escono i brufoli, la ciccetta. Mi sono trovata bersaglio di cattiverie atroci».
E poi c’è Lyly-Rose Depp (figlia di Vanessa Paradis e Johnny Depp), che ha difeso il suo essere «figlia di» con la modella bresciana Vittoria Ceretti che digita un messaggio nelle sue storie Instagram, pare proprio in risposta a questa accalorata difesa del proprio diritto di nascita, dal senso caro al grande Totò: «Ma mi faccia il piacere!»
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