Home Business L’era post Trump è iniziata. Vance nell’angolo, le manovre tra i repubblicani

L’era post Trump è iniziata. Vance nell’angolo, le manovre tra i repubblicani

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WASHINGTON. Quel che il cattolico JD Vance, diventato da Hillbilly dell’Ohio a vicepresidente dell’America – grande storia di riscatto e american dream comunque – potrebbe imparare dalla disfatta delle Midterm è che nel conclave della politica americana “è entrato Papa, ed è uscito cardinale”.

L’impegno profuso nella campagna elettorale ha prodotto zero risultati, tante critiche e accuse post tracollo nonché la sensazione che l’erede (quasi) designato ora lo è meno: sia erede, sia designato. Alla vigilia del voto, diversi commentatori avevano persino collocato le Midterm come una sorta di voto sulla leadership di JD. La Convention di Dallas in settembre l’aveva elevato, il pubblico l’aveva osannato, lui aveva tenuto diversi meeting privati a margine e raccolto quattrini.

Poi le Midterm hanno rivelato che quel pubblico si è ristretto o è nell’America 2026 troppo striminzito per far vincere i repubblicani.

L’era del post Trump è iniziata, l’unico che sembra non accorgersene è lo stesso presidente, infierisce The Spectator, ma intanto la Casa Bianca, temendo tracolli nella raccolta fondi e dissenso fra la galassia conservatrice, invia una lettera a tremila organizzazioni di destra negli States in cui l’ultima frase suona così: «Monitoriamo le vostre dichiarazioni, prese di posizioni e dichiarazioni ai media». Allinearsi sempre e comunque al leader.

Il presidente si tiene per ora in disparte dalla lotta per la successione, ma vuole raccogliere con il suo Super Pac tanti soldi da poterla influenzare. Il problema per i repubblicani è che il 2028 ora è visto come un incubo. La mappa elettorale è da ritorno agli anni 60, la Sun Belt (Arizona, Texas) è blu; il Sud è quasi blu, gli Stati swing del Midwest come Ohio e Michigan tornati a “pendolare” dalla parte dei dem dopo le conquiste trumpiane dal 2016 al 2024.

Lo scenario è completamente rovesciato, il Gop insegue.

I pretendenti allo Studio Ovale dorato di gusto trumpiano scaldano i motori. Per ora le fuoriserie restano nei garage, le dichiarazioni però sono già un indizio del chi ci pensa.

Chris Christie, ex governatore del New Jersey, che di Trump fu amico sino all’assalto del 6 gennaio, dice che “fra qualche mese annuncerà se correrà o meno”. Sarebbe il terzo tentativo, tutti naufragati penosamente. Ma il segnale che lancia è che il Gop “deve andare in un’altra direzione”. Basta Maga dominanti, nuove idee.

Ron DeSantis, rivale di Trump nel 2024, quasi ex governatore della Florida, ha collocato il Gop a un “livello da estinzione”, “solo la Florida ha retto”, grazie “al mia governance”. Meno Maga, meno isolazionismo, meno dazi. Mike Pence, che di Trump fu vicepresidente e ha trascorso gli ultimi 6 anni a ricostruire una sua immagine, ha attaccato le mosse “incostituzionali sui dazi” dell’Amministrazione. E Ted Cruz, senatore del Texas, ha evocato il “partito dei colletti blu, non è facendo più socialismo che vinciamo, ma diventando conservatori per il libero mercato”. Mike Pompeo, ex segretario di Stato di Trump, ma repubblicano classico: «Basta con il big government dei conservatori». Sono tutti big del Partito – ognuno con più o meno velate ambizioni presidenziali – sottolineano quanto la gestione dirigista di Trump abbia soffocato le radici del pensiero repubblicano, fatto esplodere il debito pubblico, alimentato le disparità sociali. Serve tornare alle origini.

In tutto ciò c’è il nome di Rubio. Alcuni deputati, come Marlin Andrew Stutzman dell’Indiana lo invocano come “unificatore”; i rumors che lo volevano pronto alle dimissioni e con annuncio candidatura in dirittura d’arrivo si sono sgonfiati rapidamente. Ecco la dichiarazione del segretario di Stato al New York Times giovedì sera: «Continuerò a fare il mio lavoro sino alla fine». Ancora prima nel corso della giornata avevamo ricevuto una nota interna in cui le rivelazioni dell’Independent erano definite “fake news, costruite su cose senza basi”.

Rubio, fanno notare alcuni esponenti del suo cerchio ristretto, potrebbe invece scegliere il privato, guadagnare soldi per pagare il college ai figli e poi magari, condizioni permettendo, provare la scalata nel 2032. Ma siamo ancora a speculazioni.

Dentro la Casa Bianca c’è una frangia – Susie Wiles in testa – che spinge perché Rubio alla fine corra. Lo ritengono il più preparato e perfetto per il post Trump. Cederà o meno al pressing?

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