
Non è soltanto l’estate a essere diventata più calda. È l’Europa che sta perdendo, uno dopo l’altro, i meccanismi naturali che fino a ieri contribuivano a raffreddarla. Il risultato è una gigantesca macchina del caldo nella quale ogni ingranaggio rischia di amplificare quello successivo: l’atmosfera si riscalda, il terreno si asciuga, evapora meno acqua, la superficie diventa ancora più calda. Il Mediterraneo accumula energia e la restituisce lentamente. Neve e ghiaccio diminuiscono. E quando arriva un’ondata di calore trova un continente già predisposto ad amplificarla.
Il dato da cui partire è difficilmente equivocabile. Secondo il Copernicus Climate Change Service, l’Europa è oggi il continente che si riscalda più rapidamente sulla Terra: dalla metà degli anni Novanta la temperatura europea è aumentata di circa 0,53 gradi per decennio, contro circa 0,26 gradi della media planetaria. Più del doppio. E non è un fenomeno legato soltanto a un’estate eccezionale. Il rapporto European State of the Climate 2025, realizzato da Copernicus e Organizzazione meteorologica mondiale con il contributo di circa cento scienziati, conferma che almeno il 95% dell’Europa nel 2025 ha avuto temperature annuali superiori alla media.
Il primo motore è noto: l’accumulo nell’atmosfera dei gas serra prodotti dalle attività umane. Ma ciò che rende particolarmente vulnerabile l’Europa è quello che succede dopo. Prendiamo il terreno. Il 2025 è stato, secondo le rilevazioni satellitari di Copernicus, l’anno con l’umidità superficiale del suolo più bassa dell’intera serie di 33 anni. A maggio il 35% dell’Europa era in condizioni di siccità agricola estrema e un altro 19% in siccità moderata. Qui scatta uno dei meccanismi meno conosciuti della nuova estate europea. Un terreno umido funziona in parte come un condizionatore: una quota dell’energia solare viene utilizzata per far evaporare l’acqua. Quando il terreno è secco, quel sistema di raffreddamento perde efficacia e una quota maggiore dell’energia disponibile riscalda direttamente il suolo e l’aria.
L’IPCC descrive proprio questo feedback fra umidità del terreno e temperatura come particolarmente importante nell’Europa meridionale: durante le siccità la riduzione dell’evaporazione amplifica l’intensità delle ondate di calore. E per il Mediterraneo prevede con «alta confidenza» un aumento della gravità e dell’intensità delle siccità con il procedere del riscaldamento globale.
Poi c’è l’acqua. Nel 2025 la temperatura superficiale media dei mari europei ha raggiunto il valore annuale più elevato mai registrato. Nello stesso anno il 70% dei fiumi europei ha avuto portate inferiori alla media. Contemporaneamente diminuiscono neve e ghiaccio, un altro pezzo del sistema naturale di raffreddamento europeo. Superfici bianche riflettono verso lo spazio una quota maggiore della radiazione solare; quando scompaiono lasciano esposte superfici più scure che ne assorbono di più. Copernicus e WMO indicano proprio la riduzione di neve e ghiaccio fra le conseguenze del rapido riscaldamento europeo.
E allora El Niño? È probabilmente l’alibi più famoso delle estati roventi. Ma attribuirgli il caldo europeo sarebbe scientificamente sbagliato. El Niño è un fenomeno naturale caratterizzato dal riscaldamento periodico del Pacifico tropicale centrale e orientale. Si presenta mediamente ogni due-sette anni, dura generalmente tra nove e dodici mesi e può spingere temporaneamente verso l’alto la temperatura media del pianeta. Ma è un acceleratore, non il motore. La segretaria generale della World Meteorological Organization, Celeste Saulo, lo ha detto senza ambiguità: «El Niño ha contribuito a queste temperature record, ma i gas serra che intrappolano il calore sono inequivocabilmente la causa principale». C’è persino una controprova. Il 2025 è cominciato e terminato sotto l’effetto rinfrescante della Niña. Eppure è risultato comunque uno dei tre anni più caldi mai registrati sulla Terra, con una temperatura globale di 1,44 gradi sopra la media 1850-1900. Gli ultimi tre anni, 2023, 2024 e 2025, sono stati i tre più caldi in tutti gli otto dataset analizzati dalla WMO; gli ultimi undici, dal 2015 al 2025, sono stati gli undici più caldi. «Il 2025 è iniziato e finito con una Niña rinfrescante e tuttavia è stato uno degli anni più caldi mai registrati», ha sottolineato ancora Saulo. La ragione: «l’accumulo dei gas serra che intrappolano il calore nella nostra atmosfera». È forse questo il dato che meglio racconta ciò che sta succedendo.
Non serve più El Niño per arrivare vicino ai record. Il riscaldamento globale ha alzato il pavimento dal quale partono le oscillazioni naturali del clima. Sopra quel pavimento l’Europa aggiunge poi i suoi moltiplicatori: terraferma che si scalda rapidamente, Mediterraneo sempre più caldo, meno neve e ghiaccio e soprattutto terreni più aridi. E il processo rischia di diventare ancora più evidente nel Sud Europa. Secondo l’IPCC, con scenari di emissioni medi o elevati la probabilità di siccità estreme nel Mediterraneo potrebbe aumentare del 200-300%.
Per questo forse dovremo cambiare persino il nostro vocabolario. L’«ondata di caldo» suggerisce qualcosa che arriva, raggiunge un picco e poi se ne va. La nuova estate europea racconta qualcosa di diverso: un continente che parte ogni volta da una base più calda e che, proprio mentre si riscalda, sta progressivamente indebolendo alcuni dei meccanismi naturali che potevano raffreddarlo. Il termometro è soltanto l’ultima spia accesa sul cruscotto.
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