L’esercito israeliano ha dichiarato aver avviato un’indagine su un soldato fotografato mentre colpiva con un martello da demolizione una statua di Gesù nel sud del Libano.
La scultura si trova a Debl, un villaggio cristiano maronita a 5 km dal confine israelo-libanese. La zona è tra quelle in cui le truppe israeliane sono rimaste dispiegate nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore tra i due paesi all’inizio della settimana: intesa raggiunta dopo mesi di escalation, durante i quali Hezbollah (il gruppo armato sostenuto da Teheran, ndr) aveva lanciato razzi su Israele, ricevendo in risposta massicci attacchi aerei e un’invasione di terra nel sud del paese. I funzionari del comune di Debl non hanno potuto confermare l’entità dei danni alla statua.
Un soldato israeliano usa una mazza per colpire la testa di una statua di Gesù crocifisso caduta da una croce nel villaggio cristiano di Debl, nel sud del Libano, vicino al confine con Israele (ansa)
Le Forze di Difesa Israeliane hanno verificato l’autenticità delle immagini circolate sui social media: nella foto si vede un soldato usare un grosso martello per colpire la testa di un Gesù crocifisso caduto dalla croce. In un post sull’account ufficiale X, l’esercito ha definito l’episodio di “grande gravità”, affermando che “la condotta del soldato è totalmente incompatibile con i valori attesi dalle sue truppe”. Il Comando Nord ha aperto un’indagine e il caso viene “gestito attraverso la catena di comando”.
Il ministro degli Esteri Gideon Saar ha condannato quello che ha definito un atto “vergognoso e deplorevole”, aggiungendo: «Ci scusiamo per questo incidente e con ogni cristiano i cui sentimenti sono stati feriti. Sono certo che verranno adottate le necessarie misure severe». Anche il primo ministro Benjamin Netanyahu si è detto “scioccato e rattristato”, definendo il soldato un “criminale” e annunciando che “le autorità militari stanno indagando e agiranno con la massima severità”.

L’episodio ha suscitato reazioni dure tra i parlamentari arabi israeliani. Ayman Odeh, membro della Knesset di nazionalità palestinese, ha commentato con tono pungente: «Aspetteremo di sentire il portavoce della polizia affermare che “il soldato si è sentito minacciato da Gesù”». Il collega Ahmad Tibi ha scritto su Facebook che chi fa saltare moschee e chiese a Gaza e sputa sul clero a Gerusalemme senza conseguenze non ha paura di distruggere un simbolo cristiano e di pubblicarne le immagini. Tibi ha aggiunto un riferimento alle recenti polemiche americane: «Forse questi razzisti hanno anche imparato da Donald Trump a insultare Gesù Cristo e a insultare Papa Leone XVI», citando sia un’immagine generata dall’Ai che ritraeva il presidente Usa nei panni di Gesù poi rimossa, sia lo scontro tra Trump e il pontefice, che aveva criticato la politica bellica americana.
il retroscena
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L’episodio si inserisce in un quadro più ampio di violazioni documentate contro siti e simboli religiosi. Le forze israeliane hanno ripetutamente colpito moschee e chiese durante la guerra a Gaza. Nella Cisgiordania occupata, secondo il Ministero degli Affari Religiosi dell’Autorità Palestinese, i coloni hanno vandalizzato o attaccato 45 moschee nel solo 2024. Il Religious Freedom Data Center ha documentato almeno 201 episodi di violenza contro cristiani tra gennaio 2024 e settembre 2025 — principalmente sputi, insulti, atti vandalici e aggressioni da parte di ebrei ortodossi ai danni di chierici internazionali o di persone che esibivano simboli religiosi, la maggior parte nella Città Vecchia di Gerusalemme Est occupata.
«Quando il mondo occidentale resta in silenzio, i razzisti si spingono oltre», ha dichiarato Tibi.
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