L’importanza dell’ascolto nella cura del malato

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Nel trattamento dei pazienti fragili va considerato l’ascolto per avere il consenso alle cure e creare una consapevolezza nel paziente di sentirsi attivo e non passivo nel corso del trattamento. L’obiettivo è sentirsi un oggetto di cure di cui abbia la conoscenza attraverso la descrizione puntuale di ogni passaggio. Bisogna tenere conto che qualsiasi patologia interrompe la corporeità, ossia non solo di avere un corpo, ma di essere un corpo, giacché l’esperienza vissuta, le cure, non devono essere vissute in modo passivo. Ma come ascoltiamo il paziente fragile? Accontentando le sue richieste immediate che non favoriscono la ripresa della corporeità? Oppure dando informazioni che permettano di cogliere quanto il corpo è danneggiato in modo da favorire la ripresa della corporeità che è considerare il corpo come l’espressione visibile dell’essere che c’è in ognuno di noi, dei suoi sentimenti e delle sue emozioni che vanno a costruire una biografia. Un corpo che comunica uscendo dalla condizione passiva ha un linguaggio fatto di posture, gesti di adattamento, movimenti, tensioni, dolori. La differenza tra corpo e corporeità è riscontrare nella corporeità la totalità del soggetto umano, la sua integralità.

L’ascolto non è soltanto andare incontro ai bisogni quotidiani ma deve aiutare la reintegrazione della corporeità facilitando nel paziente fragile la cosiddetta consapevolezza del corpo come soggetto e non oggetto (rotto). Ogni operatore a livello diverso deve avere in mente che l’ascolto ha questa finalità. Bisogna quindi favorire, con gli strumenti specifici di ogni professionalità, il ripristino della corporeità. Ad esempio l’infermiere può aiutare in questo verso spingendo il soggetto ad una attivazione maggiore nella cura del Sé. Oppure può chiedere quali sono le sue sensazioni nell’accudimento. Questo non comporta un aumento del tempo di cura ma aiuta anche l’infermiere a sentirsi promotore di un maggiore benessere ed anche una maggiore conoscenza del paziente che potrebbe avere in mente un’autonomia di cure ma che non osa raccontarlo. L’accompagnamento, ad esempio, a trattamenti radiologici può essere fonte di angoscia di paure dell’ignoto, e un ripescaggio di vissuti precedentemente all’evento traumatico. Il tempo dell’accompagnamento non amplifica il tempo di assistenza per cui l’operatore può chiedere se ci siano delle paure rispetto a questi trattamenti (radiografie, RN, TAC). In sintesi l’obiettivo dell’ascolto è volto verso il ripristino della corporeità, concetto che è alla base del nostro “essere”.* Psichiatra

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