Marco Baliani: “A Gibellina la mia voce è resistenza. Recito una vendetta senza giudicare”

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Come si possono definire giustizia e ingiustizia? Cosa è lecito fare per un uomo quando subisce un sopruso? Sono i dilemmi al centro di Kohlhaas lo spettacolo di Marco Baliani in scena domani al Cretto di Burri a Gibellina nell’ambito del Festival delle Orestiadi, che chiude nel fine settimana la sua 45ma edizione. Scritto nel 1989 assieme a Remo Rostagno, e tratto da un racconto Heinrich von Kleist, Kohlhaass ha superato in oltre trent’anni le 1100 repliche.

Il titolo di questa edizione del Festival delle Orestiadi è Atti di resistenza contemporanea. Cosa significa resistere per lei oggi?
«Riuscire a continuare a parlare e a narrare con la voce. Anche solo questo. Poter avere uno spazio, un luogo, un ascolto per poter continuare ad esistere come voce narrante, come accade a Gibellina. Mi sembra già tanto che in questa società, in questo periodo, ci siano ancora spazi di questo tipo».

Perché è sempre più difficile?
«Perché le voci sono sovrastate dal fuoco d’artificio di altre voci. È come se la parola detta stesse perdendo forza perché ce n’è troppa e non sai mai da che parte metterti ad ascoltare quella che sia più vicina alla verità. A chi dare fiducia nel momento in cui tutti parlano in questo modo? » .

Domani porterà il suo spettacolo al Cretto di Burri. Quale influenza può avere un luogo del genere sulla recitazione?
«Il Cretto è un enorme sarcofago dedicato alla vita non alla morte. Raccoglie dentro quelle distese di cemento la memoria di ciò che esisteva di quel paese, di quelle strade e di quelle persone. È un luogo che ha una sacralità laica molto forte. L’energia che si sviluppa là sopra ancora non la conosco perché per me è la prima volta. Modificherà sicuramente la percezione degli spettatori ma anche di me stesso Accadrà qualcosa che non so prevedere».


E il Comune di Gibellina invece?
«È uno spazio che raccoglie un’ipotesi di creazione artistica maturata in un tempo disastrato. È esso stesso un atto di resistenza. Sembra di essere in una città fantasma però la gente c’è. C’è il senso profondo di essere appartenuti a un altro mondo che ora non c’è più. Stare a Gibellina è come sentire questa appartenenza a un consesso umano».

Un punto centrale del suo lavoro è il racconto della violenza nella società. In Corpo di Stato lei ha raccontato quella degli Anni’70. Vede la stessa violenza oggi?
«Sì, ma in altre forme. Non è una violenza politica. È una violenza che si sta sviluppando nella psiche degli individui. Si sta incuneando dentro le singole persone. I social sono una scuola di angoscia. C’è sempre qualcuno contro. È una violenza che non so come si svilupperà, oppure è facile pensare che scatteranno dei pogrom come è accaduto a Belfast».

In Kohlhaas, lei racconta di un uomo che non trovando risposta dalla giustizia ordinaria, dopo aver subito un sopruso, si fa giustizia da sé. Perché continua a essere un tema di attualità?
«Perché è un nodo irrisolto della nostra cultura. Cosa sono giustizia e ingiustizia? Kohlhaass è un personaggio ambiguo. Non è un faro rispetto a come ci si deve comportare. Pensiamo al pizzo. Un cittadino che non può rivolgersi allo Stato cosa fa? Accetta il sopruso oppure si arma da solo? È un tema gigantesco».

Von Kleist non dà però risposta.
«No, e nemmeno io. Penso che quando il teatro inizia a dare risposte è meglio lasciare perdere. Si diventa tuttologi e si divide tutto tra buoi e cattivi. La realtà è diversa».

Si dice che la politica sia nata in teatro proprio con la prima rappresentazione dell’Orestea. È d’accordo?
«Secondo me la politica è nata prima con le commedie di Aristofane. Quello però che accade nell’Orestea è la fine del periodo tribale delle Erinni e l’inizio delle Eumenidi che fanno sì che il delitto venga discusso dai cittadini e non più lasciato alla faida sanguinosa. A me sembra però che stiamo tornando alle Erinni. Si torna al tribale, all’occhio per occhio, dente per dente».

L’Odissea di Nolan sta avendo successo al cinema. Lei ha interpretato diverse tragedie greche. Perché i classici non passano mai di moda?
«Perché non sono mai stati esplorati fino in fondo. Sono così profondi che il fondo non si vede».

E come vede il futuro del teatro di narrazione?
«Ho la sensazione che stia esaurendo la sua forza. È un tipo di teatro dove non c’è nulla da vedere, solo da ascoltare e immaginare quello che le parole suggeriscono. In una società in cui l’occhio è sempre più potente e divorante, è più difficile dare spazio all’ascolto».

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