Home Business Manovra, Meloni avvisa gli alleati: “Ora niente scherzi in Parlamento”

Manovra, Meloni avvisa gli alleati: “Ora niente scherzi in Parlamento”

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Li ringrazia, li indica, li cerca con lo sguardo. Ma soprattutto li tiene a distanza. Giorgia Meloni distribuisce riconoscimenti senza incoronare vincitori, concede qualcosa a tutti e non lascia che nessuno si prenda la scena. «Niente risorse a pioggia», promette. E nemmeno «promesse impossibili». La manovra è quella che è, ammette la premier: «Abbiamo fatto quello che potevamo fare». Ma nella conferenza stampa di ieri pomeriggio, più che il perimetro stretto dei conti, si vede quello, ancora più stretto, della politica. Perché l’ultima legge di Bilancio della legislatura – «ma vediamo se lo sarà», precisa lei – è l’ennesimo esercizio da equilibrista lungo il filo teso tra Antonio Tajani e Matteo Salvini. Due alleati in cerca d’ossigeno, due leader che guardano al voto con alle spalle partiti non troppo lontani dall’esplosione. Meloni li tiene insieme, per ora, anche se i margini sono ridotti.

Anche ieri la tensione non è mancata. Non è però quella sull’Ucraina, con Salvini che dopo aver annunciato nei giorni scorsi l’intenzione di portare a Palazzo Chigi il tema dello stop alle armi a Kiev, deve essersene dimenticato. Il decreto per gli aiuti umanitari è stato rinnovato e la questione non è neppure entrata nella discussione del vertice. A chiudere il caso ci pensa direttamente la premier: la «sintesi» raggiunta dalla maggioranza non cambia. Il terreno di scontro, quindi, è un altro. Molto più concreto e assai meno spendibile in termini geopolitici: la flat tax per gli autonomi.

Salvini la rivendica al tavolo. «Bisogna farla, l’abbiamo promessa». Il tetto a 100 mila euro è nel programma della Lega, ma l’operazione vale 160 milioni e resta esposta alle valutazioni dell’Unione europea. I dubbi, soprattutto tra i ministri di Forza Italia, non mancano. Giancarlo Giorgetti prova a rassicurare i presenti: non ci saranno intoppi. Il vicepremier leghista, però, insiste. «Non possiamo tirarci indietro, serve un segnale per le partite Iva». A quel punto è Meloni a chiudere la partita, chiedendo di procedere. Il principio è semplice: ognuno deve poter rivendicare qualcosa, purché nessuno pretenda troppo. Fratelli d’Italia si prende la sanità e il bonus da 100 euro fino alla maggiore età per i bambini nati dal prossimo anno. Una misura che non entusiasma neppure tutti i meloniani, poco convinti che quella cifra basti a diventare un argomento da campagna elettorale.

Noi Moderati porta a casa invece la riduzione della cedolare secca sugli affitti a canone concordato, con un effetto sugli inquilini ancora tutto da verificare. La Lega, oltre alla possibilità di personalizzare le targhe, incassa i due dossier che considera identitari: flat tax, appunto, e pensioni anticipate. Ma entrambi arrivano con il freno tirato. La prima resta appesa al giudizio europeo, il secondo dovrà passare attraverso decreti attuativi e un Parlamento che si avvia alla fine della legislatura. Più che vittorie, impegni da difendere.

Anche per Tajani il bilancio è meno generoso delle aspettative. Il taglio dell’Irpef per i redditi fino a 55 mila euro, bandiera azzurra, trova copertura nell’aumento del contributo delle banche. Escluse quelle di credito popolare, particolarmente care a Forza Italia. Il conto, intanto, è salito dai 4 miliardi e mezzo iniziali a poco più di cinque, con Salvini in pressing per fare ancora meglio. Il paradiso fiscale promesso da Forza Italia passa insomma per il purgatorio bancario. E la premier, come spesso accade, fa da pendolo tra le pretese dei suoi vice e le esigenze dei conti.

Giorgetti “eroe riluttante” della manovra

Il problema, adesso, è che la manovra deve ancora attraversare il Parlamento. Meloni chiede tempi rapidi e avverte la maggioranza in Consiglio dei ministri: «Niente scherzi in Parlamento». Sa bene che è lì che deputati e senatori tenteranno di trasformare gli emendamenti in altrettanti biglietti da visita elettorali. Una dote per le modifiche c’è, assicura, ed è stata prevista per consentire alle forze parlamentari di contribuire senza compromettere i saldi. Ma quanto sia larga la porta delle richieste resta da stabilire. E molto dipenderà anche da ciò che concederà Bruxelles sull’inflazione, dopo l’energia. Alla fine, infatti, il governo è riuscito a ottenere il disco verde alla proposta italiana di fare rientrare nella flessibilità un pacchetto di misure del Pnrr (per circa 3,4 miliardi): complesso gioco contabile che, come risultato, consente di liberare risorse da spendere senza i vincoli della Nec. E allargare un po’ la “torta”. Alla fine la manovra arriva a 26 miliardi, con scintille tra il leader di FI e quello della Lega che si sarebbero trascinate fin sulla soglia del Cdm.

Meloni, comunque, prova a vedere il bicchiere mezzo pieno. Lo fa anche Giorgetti, l’«eroe riluttante» della manovra, come lo definisce un ministro. Durante uno dei tavoli ristretti con la premier, Gaetano Caputi, Daniela Perrotta e Maurizio Leo, il titolare del Tesoro avrebbe sospirato: «Alla fine è meglio che non siamo andati sotto al 3%». Il riferimento è all’uscita dalla procedura d’infrazione. Restare sopra quella soglia, avrebbe spiegato, ha evitato di dover gestire «richieste ancora più folli da parte dei partiti». Una battuta, forse. Ma anche la fotografia di una maggioranza in cui ogni concessione rischia di diventare un precedente e ogni rinuncia un problema elettorale. Resta da capire se Salvini e Tajani siano altrettanto convinti che, in fondo, sia andata bene così.

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