«È tempo di una nuova Biennale del Dissenso, come quella del 1977, che diede voce agli artisti ribelli di Urss e Paesi dell’Est. Bisogna ripensare o definire meglio cosa la Mostra d’arte vuole rappresentare, se una vetrina dei governi statali, o una piattaforma libera di espressione: per essere quest’ultima cosa, deve sfilarsi dai governi», dice Katia Margolis, artista russa cresciuta negli anni del totalitarismo sovietico. Ha visto e subito le persecuzioni e le epurazioni del regime. Vent’anni fa è arrivata a Venezia, in vacanza, se ne è innamorata e non è più ripartita. Per la Biennale, dal 2004, tiene lezioni di arte contemporanea per bambini. Ora è in prima fila contro la presenza della Russia alla prossima mostra, la sessantunesima, che inaugurerà il 6 maggio. Ha organizzato la raccolta firme internazionale contro la decisione di Buttafuoco e del cda della Fondazione, rimasti inamovibili, nonostante l’Ue abbia formalizzato il blocco di 2 miliardi di finanziamenti, e la contrarietà del ministro Giuli e della premier Meloni (che l’ha ribadita ieri a Vinitaly, aggiungendo che «la Biennale dovrà calcolare i rischi che corre in termini di definanziamenti», e in modo implicito ribadendo a Zelensky che l’Italia è al fianco dell’Ucraina).
Margolis, la protesta contro la riapertura del Padiglione russo è un gesto di solidarietà all’Ucraina?
«È un dovere morale verso l’Ucraina e verso l’arte, perché la cultura non è fuori dalla politica: dire che lo è, significa sposare la tesi che la propaganda russa ha sempre utilizzato per normalizzare e mascherare i suoi crimini».
Il sindaco di Venezia, Brugnaro, ha detto: «Vigileremo affinché non ci siano forme di propaganda in città».
«Non ha capito la sostanza dell’operazione russa, che non è fare propaganda attraverso programmi, ma essendoci: normalizzare la presenza di un regime che sta commettendo un genocidio. Il punto non sta in quello che mostreranno, che sarà poco».
Ne è sicura?
«Per via delle sanzioni nel padiglione non potranno entrare a mettere neppure un chiodo. Ci saranno canti e balli di artisti sconosciuti, che rappresentano minoranze, molte anche russe (circa 200 popoli), che peraltro il regime perseguita. La Russia è ancora una potenza coloniale anche se nessuno se ne accorge».
Ma sono tutti artisti filoputiniani quelli che andranno alla Biennale?
«No. E nessuno può chiedere a nessuno, meno che a se stesso, di protestare in Piazza Rossa rischiando 20 anni di carcere. Ma si può chiedere di non fare finta che non ci sia Auschwitz. L’arte non è per forza lotta e rivoluzione però richiede coscienza e onestà. Per guardare dall’altra parte si deve sapere dove non guardare».
Non crede a Buttafuoco quando dice: creiamo una occasione di dialogo?
«No. Nel 2018, scrisse che Putin era un grande leader».
Andrebbero esclusi Iran, Israele, Cina e Stati Uniti?
«Sono situazioni diverse. In Iran gli artisti vengono perseguitati, mentre in Usa e Israele no. È il momento di ripensare cosa la Biennale rappresenta. La prima mostra risale a più di cent’anni fa, non c’erano state le guerre mondiali: vanno riviste le regole d’ingaggio, gli scopi, tutto».
in collaborazione con il politecnico
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Perché non ci fu nessuna protesta quando la Russia invase la Crimea?
«Non è una ragione per continuare a essere manchevoli. Io ora mi sento responsabile, come cittadina russa e veneziana. Stiamo organizzando un Padiglione Invisibile: in concomitanza con la mostra, riempiremo la città di manifesti con foto di artisti dissidenti, delle loro opere e parole».
No proteste neanche quando le sanzioni verso la Russia non sono state rispettate.
«Vero. Così come nessuno sta monitorando gli investimenti degli oligarchi russi a Venezia. È stato raccontato che tra organizzatori e finanziatori del Padiglione russo ci sono Leonid Mikhelson, oligarca del gas e Anastasia Karneeva che è la figlia di un ex generale del KGB, implicati nella produzione di armi. Meno noto è chi, oltre a loro, a Venezia sta comprando immobili. La ex Fondazione Vittoria, che ha sede in un palazzo bellissimo, per esempio, è stata acquisita e riaperta, con tutto il palazzo, dalla figlia di Mikhelson: ci fanno corsi d’arte, c’è un bar lussuoso. Tutti gli introiti cosa finanziano?».
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