Recuperare la generazione Gaza: i sondaggi dietro alla svolta di Giorgia

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C’è un preciso calcolo politico dietro la svolta di Giorgia Meloni. Una strategia che è iniziata a maturare nella cerchia più ristretta della presidente del Consiglio nelle ore subito successive all’affossamento della riforma della giustizia.Il trionfo del No al referendum ha travolto le sue convinzioni, le sue certezze di imbattibilità ma soprattutto le ha aperto gli occhi su un dato: l’elettorato più giovane, quello che ha issato l’indignazione per Gaza a bandiera generazionale, ha sfogato su quel quesito tutta la propria collera. E lo ha fatto – parole anche di Meloni – contro di lei.

Quello che viene qui ricostruito è certamente un processo di consapevolezza tardiva, una ridefinizione della propria postura costruita assecondando un istinto di opportunismo politico: Meloni vuole minimizzare la perdita di consenso, evitare di finire nella spirale irreversibile che colpì Matteo Renzi dopo il referendum del 2016. Adesso l’obiettivo resta ricalibrare «l’interesse nazionale», e ricostruire una narrazione a partire da questo principio. Smarcarsi da Donald Trump, prendere le distanze da Benjamin Netanyahu, ma anche imporre le dimissioni all’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, che lei aveva voluto a tutti i costi alla testa dell’azienda della Difesa, sono decisioni figlie della stessa paura.

Partiamo dall’ultima, a suo modo inattesa. Ma collegata, anche e in parte, ad alcuni manifesti che hanno colpito Meloni, disseminati in diversi punti della Garbatella, quartiere romano dove la premier è cresciuta e dove ancora risiede la madre. Una foto la pubblichiamo qui accanto: c’è il primo piano di una ragazza palestinese sfregiata, un occhio chiuso, una cicatrice che le attraversa la fronte. “Guarda cosa mi ha fatto Leonardo!” è la scritta che sormonta l’immagine. Sotto, un QR Code rimanda a un video e a un’accusa: “Leonardo è complice del genocidio. Fornisce radar, aerei, elicotteri e altri sistemi militari allo Stato terrorista di Israele”. Nei mesi scorsi Cingolani provò a difendere la multinazionale dalle inchieste che provavano come Leonardo avesse continuato a fornire materiale bellico, grazie anche alle autorizzazioni di un organismo della Farnesina. L’ad spiegò che si trattava di contratti precedenti al 7 ottobre 2023. Ma solo due giorni fa il governo ha deciso di stoppare momentaneamente il rinnovo automatico del Memorandum sulla difesa siglato con Israele. Meloni è andata davanti alle telecamere, nella calca del Vinitaly, ad annunciarlo personalmente.

Gli strappi delle ultime settimane con il governo Netanyahu, alla luce di episodi spiacevoli che hanno coinvolto l’esercito israeliano e i coloni, mettendo in pericolo soldati e carabinieri italiani, stanno determinando un’escalation di tensione anche con l’Italia. Meloni sa che anche nella destra italiana allignano, da sempre, sentimenti anti-israeliani e anti-sionisti, ma è nell’opinione pubblica che la premier osserva uno sdegno ormai incontenibile verso i blitz dello Stato ebraico. L’onda lunga delle piazze per Gaza che Meloni aveva criticato lo scorso autunno si è fatta sentire nelle urne. Questa è la percezione, netta, che si vive a Palazzo Chigi.

Gli altri sondaggi che sono stati compulsati dai consiglieri di Meloni – il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari e il deputato Francesco Filini – riguardano ovviamente il problema dei problemi: Donald Trump. E le conseguenze delle sue scelte: la decisione di attaccare l’Iran senza preallertare gli alleati di Nato e Ue, l’assedio allo Stretto di Hormuz, i prezzi dei carburanti alle stelle, gli spettri di una crisi economica. A metterla in allarme sono stati anche gli avvertimenti di Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, e di Maurizio Lupi, anima moderata e forse più distante da Trump della coalizione di maggioranza. Poi tutto è stato ben soppesato a Palazzo Chigi: quando la premier ha difeso papa Leone XIV dagli attacchi del presidente americano, con una nota pomeridiana dopo un’altra molto più morbida, sapeva che non avrebbe dovuto che attendere. E, puntuali, sono arrivati gli strali di Trump. Nulla è stato lasciato al caso. Meloni sa che con il tycoon c’è una certezza, sempre e comunque: se viene messo in discussione, reagisce. Il rapporto privilegiato con l’amica italiana si era già raffreddato lungo questi ultimi due mesi. La premier è stata l’unica, tra i principali leader europei, a non aver avuto una telefonata ufficiale con Trump dall’inizio della guerra in Iran. Le diplomazie lavorano per ricucire ma per Meloni ora inizia una nuova fase. La qualità delle relazioni con Trump si misureranno sui singoli casi, assicurano fonti a lei vicine. Se l’americano farà qualcosa che non condivide, lo dirà. «L’interesse dell’Italia deve tornare sopra a ogni cosa» è l’ordine diramato dalla corte meloniana. I partner europei attendono di capire cosa cambierà con la nuova Meloni, visto che il ponte con Washington sembra ormai compromesso, e visto che non ci sarà più il socio di sovranismo Viktor Orban, l’ex premier ungherese, a farle da spalla. Benedetto Della Vedova, figura di spicco di Più Europa ed ex sottosegretario agli Esteri, ci crede poco. Passeggiando per il Transatlantico, raccoglie in una battuta tutto lo scetticismo delle opposizioni: «Ci hanno raccontato che era pronta la sua metamorfosi, tutti ad aspettare che diventasse una farfalla dell’europeismo. A me pare, per restare nella metafora, che in questi quattro anni di governo sia rimasta un bruco».

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